Vita e Caruggi: Genova gentile

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di Barbara Fiorio

Genova gentile

Sono nata a Genova da famiglia piemontese. Mai sentito parlare, né capito, il dialetto genovese. Quando provo goffamente a usarlo nella mia città, vengo subito corretta da chiunque sia nelle vicinanze. Non ho neanche la cocina, se non leggerissima quando mi innervosisco.

Eppure, io sono genovese. E amo Genova. Profondamente.

Per me è la città più bella del mondo. La sua è la bellezza di un gatto: elegante, schiva, mai sfacciata, impertinente, a volte buffa, a volte grezza, sempre complicata, antica. Superba.

D’accordo, i gatti, sfacciati, lo sono. Ma a volte anche Genova, se le va.

Però lo so che noi genovesi siamo un po’ così. Non tirchi, oculati. Non ottimisti, moderati. Non spensierati, caustici. Non socievoli, selettivi. Non siamo, insomma, il popolo più ospitale e caloroso d’Italia. Chi lo sa, avremo atavicamente le nostre buone ragioni.

Che poi, se ci piaci, diventiamo simpatici e accoglienti. Ma devi piacerci. E per decidere se ci piaci, ti dobbiamo studiare un po’, prima. Come fanno i gatti, appunto.

Per cui, da noi, se stai seduto al bar un po’ troppo dopo aver finito il tuo caffè, potrebbero chiederti di andartene per lasciare il tavolo libero, anche se non c’è nessuno che aspetta di sedersi. O il bagno non lo puoi usare perché manca mezz’ora alla chiusura e ormai lo hanno pulito. Se vuoi cenare dopo le nove e mezza di sera, ritieniti fortunato se ti servono quello che è rimasto, velocemente e ancora grazie, che la cucina è chiusa. Se ti rifugi nell’atrio di una ricevitoria del lotto per scampare a un diluvio, spera che duri poco, perché dai fastidio e non aspetteranno che tu lo capisca da solo.

Io lo so, i genovesi lo sanno, gli italiani lo sanno, credo che anche gli stranieri lo sappiano. Siamo così, prendere o lasciare.

Qualcosa sta cambiando, è giusto dirlo. Magari a qualcuno potrebbe anche dispiacere, ma è innegabile che qualcosa stia cambiando. Un giorno vi racconterò dei commercianti della mia zona, dove il pasticcere che fa la millefoglie più buona del mondo mi aspetta con la saracinesca mezza abbassata e in mano la torta che ho ordinato, perché sono in ritardo ma non vuole chiudere finché non sono passata; dove le cake-designer mi preparano draghetti di zucchero per festeggiare l’uscita del mio libro; dove il ferramenta mi lascia un attimo al telefono per controllare se mio padre è lì fuori, e lui non conosce né me né mio padre; dove alla pasta fresca mi fanno assaggiare un raviolo di chianina appena fatto “perché è buonissimo”, anche se ho già preso le tagliatelle.

Però, siamo sinceri: eccezioni a parte, abbiamo ancora ampi margini di miglioramento.
Quindi io ho l’abitudine di preparare i miei amici foresti alla Genova Experience, che addolcisco e compenso con cibarie locali.

Ma ho due amiche che, ogni volta che vengono a trovarmi, incocciano in una Genova cordiale, allegra, spiritosa. Persino generosa.
Che a me quasi vien da sgridarla.

Ma come? Ci trattiamo tutti a pesci in faccia, c’è gente che sfida la sorte e quando esce malconcia da una baruffa con un commerciante genovese se la segna come voce smarcata dalla lista delle cose da fare almeno una volta nella vita, e quando arrivano queste due spuntano sorrisi, gentilezze, disponibilità?

Loro dicono che basta porsi con cortesia. Sciocchezze. Io quasi chiedo scusa, quando entro in un negozio, e mi ringhiano lo stesso. Ho visto gente sciogliersi in un’essenza di garbo, ed essere scorticata ugualmente.

Con loro no.
Con loro, in una gelateria c’è stata la gara tra le due gelataie per suggerire il gusto preferito, con assaggi offerti fino ad arrivare alla scelta, con trionfo esultante della vincitrice.

Con loro, in un negozio di elettrodomestici, ho visto la titolare, nonostante la clientela numerosa, cercare l’elenco del telefono per aiutarle a trovare un indirizzo.

Con loro, arriva sul tavolo una porzione di focaccia al formaggio in più, omaggio della casa.

Ve le presto, se volete.

Che io ci sono tornata, in quei posti, ma mica mi hanno trattata come quando ero andata con loro.

*Barbara Fiorio è nata, vive e scrive a Genova.

Ha pubblicato il saggio ironico sulle fiabe classiche “C’era una svolta” (Eumeswil, 2009) e i romanzi “Chanel non fa scarpette di cristallo” (Castelvecchi, 2011), “Buona fortuna” (Mondadori, 2013) e “Qualcosa di vero” (Feltrinelli, 2015). Di recente è inoltre uscito un suo racconto inedito nell’antologia “Gatti – Le storie più belle” (Einaudi, novembre 2015). I suoi libri sono tradotti in Spagna e in Germania.

Tiene corsi e laboratori di comunicazione e di scrittura creativa, tra cui il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri.

Vita e Caruggi si ispira all’omonima rubrica che la giornalista genovese Margot, protagonista di “Buona fortuna”, tiene su un quotidiano locale.

www.barbarafiorio.com

 

 

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