Ventimiglia, un altro mondo a un’ora da noi

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di Alessia Traverso

Dal finestrino scorre l’estate di ogni giorno: ombrelloni, acqua cristallina, spiagge dorate di un ponente ligure che conosco poco. E’ una domenica oziosa, come tante, di sole e d’allegria. Il treno affollato da venditori e ragazzini gradualmente si svuota, lasciandosi alle spalle i paesi più in voga… Arrivo al capolinea, tesa: non so cosa mi aspetta in questa domenica per me non come tante. Ventimiglia è silenziosa, le serrande chiuse, ha un che di inospitale. Qua e là scorgo i segni di una realtà vista tante volte in tv o sui giornali online, mentre avanziamo verso la chiesa. Lungo la strada i segni si fanno accampamenti di fortuna, orientati in cerca d’ombra, soprattutto giù al fiume, dove in seguito ci diranno che è pericoloso avventurarsi se non si è volti conosciuti, perché là si prendono accordi con i passeurs, gli “scafisti di terra” per oltrepassare il confine. Una sottorealtà d’illegalità grigia…

All’altezza di una piazzetta imbocchiamo la discesa “famosa”, tante volte ripresa, da cui si entra nel campo. La situazione è di calma e ordine. Stupita mi addentro, salutando ragazzi che vanno e vengono. Ci accoglie una volontaria della Caritas, accaldata, sorridente, profonde occhiaie sul volto deciso. Ci indirizza verso uno stanzone buio pieno di coperte e materassi per terra, vestiti, oggetti in un mix stonato e curioso, come il busto in gesso di un vescovo, accasciato sotto al tavolo insieme a macchinine e matite colorate. Ma sono dettagli che noto solo dopo, quando inizio a guardarmi intorno. Lì per lì non c’è tempo: solo un turbinio di risate e piccole braccia che non desiderano altro che coccole. Bambini… Mai mi sarei aspettata di trovare dei bambini, alla faccia di tutte le “buone pratiche sulla tutela dei minori” di cui la nostra civiltà si fregia… Ce ne sono una decina, scalmanati. Donne incinte sdraiate sui materassi cercano di riposare in mezzo al frastuono scatenato dal nostro arrivo. Papà curiosi ci sorridono e noi, impreparate, iniziamo a fare ciò che a gran voce ci viene chiesto: giocare insieme.

Un’estate in una stanza. Storie che s’incastrano in questa insolita convivenza forzata, unica alternativa al greto del fiume. Storie che s’intrecciano tra solidarietà reciproche, perché qui il mondo ha dimenticato la civiltà e quindi, qui se ne crea una nuova. Una manciata di volontari gestiscono questo gran bazar che conta quasi mille persone migranti, di cui circa 700 si fermano qui anche la notte. Gli ospiti a turno aiutano a servire i pasti frugali, puliscono, mantengono l’ordine con i giubbotti catarifrangenti per essere riconoscibili. 700 persone vivono con 4 bagni e altrettante docce. Una realtà che dovrebbe sfociare per forza in disordini, odori sgradevoli e altri disagi, e che invece con stupore riscontriamo allegra, ordinata e pulita; nonostante l’indecenza della situazione, nonostante la frustrazione che potrebbe prevalere a causa dell’inoperosità forzata e dell’impossibilità di scegliere liberamente il proprio futuro. Forse è un giorno fortunato, ci dicono che non è sempre così. Ma nei volti che incontro, con cui mi fermo a parlare, leggo la gratitudine verso chi li aiuta e una ancora più forte determinazione.

Molti hanno provato più volte ad attraversare il confine. Ricacciati indietro, riprendono le forze per riprovare appena le condizioni saranno migliori. Non si arrendono. Un ragazzo ci mostra il suo “letto” nel campo da calcio, una coperta arrotolata contro il muro, affianco i giacigli dei suoi amici. Chiacchieriamo, ha una gamba ingessata, una frattura che si è fatto scappando dalla polizia francese, sulle montagne. Tante storie come la sua sono la prova di una continua violazione dei diritti e degli accordi interstatali. Vengono respinti senza avere modo di spiegare la propria condizione, senza poter conoscere completamente i loro diritti e i loro doveri in ciascun paese. Degli ospiti nel campo i più provengono dal Sudan. Trascorrono le ore più calde sdraiati sotto tettoie improvvisate, in un’attesa vibrante. C’è bisogno di tutto, manca tutto: medicine, cibo e vestiti; zaini, piatti di carta, scarpe… Soprattutto mancano informazioni concrete e istruzioni fondamentali sulle leggi che li riguardano. Molti non sanno neppure dove sono di preciso.

Manca lo Stato, manca l’Unione Europea, manca la libertà. Seguiamo i medici volontari nell’enorme mole di visite da compiere in poche ore. Giochiamo a calcetto in un’improvvisata finale mondiale Italia-Sudan. Distribuiamo i piatti di pasta, che oggi sono 1050. Torniamo dai bambini. Una donna sta male, ma non riusciamo a capire il problema, parla solo arabo e forse la nostra presenza la imbarazza. Poco più appartato, nella stanza, un papà sorride alla sua bimba mentre le mette lo smalto rosa sulle unghie dei piedini, e lei ride. Poco prima ha scelto con cura una maglietta verde per la sorellina. Solo, gli occhi tristi. La sua storia non lascia spazio a parole, perché è troppo grande. Il viaggio sul barcone gli ha portato via la moglie e altri due figli, caduti in mare. Ora è qui, con le figlie di 9 e 7 anni. Sorridente e triste, diffidente e cordiale. Quando questa pagina di storia sarà scritta sui libri, vorrei che immagini come questa restassero, non solo numeri, dati e accordi tra stati. L’immagine di un padre che mette lo smalto a sua figlia, su un materasso, nell’angolo di uno stanzone buio. Insieme a tante donne e uomini che come lui hanno scelto di andare avanti, di andare oltre.

Lasciare il campo è difficile ma dobbiamo rientrare. Verso la stazione, getto uno sguardo di sfuggita al fiume: alcuni migranti giocano a carte su un asciugamano. Scene di ordinaria quotidianità estiva… In un’attesa diversa. In attesa di attraversare. Hanno la nostra stessa età, bramano la possibilità di scegliersi un futuro, possibile forse solo grazie ai passeurs, agli scafisti, a chi illegalmente e guadagnando sulla vita degli altri offre forse più prospettive. Oggi mi chiedo se sono poi solo loro “così vili, così vermi, così crudeli”. Mi chiedo, essendo l’unica alternativa, se io stessa non mi affiderei a loro. Tanti cercano il loro passaggio verso la vita, verso il paese-obiettivo  per le più svariate ragioni: tenacia e determinazione in sguardi spossati, si va avanti. E se è un’opzione illegale, allora c’è da interrogarsi a fondo da parte nostra. Perché accusiamo i “clandestini” di “clandestinità”, i passeurs di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e siamo ciechi rispetto a chi guadagna da tutto questo?

Se non si aprono le frontiere e la situazione resta invariata, continuerà l’enorme spreco di denaro pubblico in rimpatri, nel rinforzare la muraglia europea, in apparenze inutili che fanno sentire i cittadini sicuri, arricchiscono chi non ha bisogno di arricchirsi e non possono comunque arrestare chi ha quell’ardore nello sguardo. Mi imbarazza sentirmi oggi dalla parte di chi offre un’opportunità che noi non siamo in grado di offrire legalmente. Sapendo che chi resta è in balia forse di uno schiavista peggiore: una civiltà che ha smesso di essere tale.

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