Uzzecchini, il figlio del droghiere, e l’inconoscibile logica del calcio di rigore

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di Stefano Rissetto

Quando ripensa a se stesso, dice: «E’ il calcio e non puoi farci niente». Non ebbe paura di far tirare un calcio di rigore a chi non ne aveva paura. Ma a vincere fu la paura. Eppure era il più bravo, il figlio del droghiere, tra i bambini che giocavano a pallone, appena finita la guerra, sul sagrato della chiesa di San Bartolomeo della Ginestra, un pugno di case fra Sestri Levante e Riva Ponente, fra la Tubifera e l’Acciaieria. Era il più bravo e al provino a Genova l’aveva accompagnato il suo migliore amico. Così mio padre mi poteva dire di aver fatto da “padrino” a Renzo Uzzecchini, che era stato preso dalla Sampdoria e, dopo una stagione in prestito a Catania, aveva esordito in A a 22 anni.

Da calciatore, non ebbe fortuna. Si trovò davanti Angelo Benedicto Sormani, si trovò dentro un fisico troppo leggero per il grande talento, tanto grande che un giornalista lo aveva chiamato “Uzzequinho”, dal Doria scivolò presto in provincia. Era il più bravo a giocare a pallone, il figlio del droghiere, ma era anche tra i più acuti e intelligenti, dopo averlo praticato si trovò a insegnarlo, il calcio.

A trentasei anni, al Mantova in serie A, dopo l’esonero in inverno di Lucchi, da vice era passato allenatore in prima. Fino a quel 6 febbraio 1972, allo stadio velodromo Danilo Martelli, quando i biancorossi ospitarono il Napoli. A una decina di minuti dalla fine, l’arbitro Trono assegnò un rigore al Mantova. Tra i pali del Napoli, un portiere che proprio nella squadra lombarda, arrivato dall’Udinese, aveva cominciato la carriera: Dino Zoff. Nessuno però se la sentiva di tirare, troppo importante quel penalty. I rigoristi erano Dell’Angelo e Panizza, non se la sentirono. Uzzecchini chiese al capitano Micheli, che rispose “Mister, non tiro un rigore da due anni”. Allora il giovane tecnico, col pallone già sul dischetto, richiamò Carelli per sostituirlo con Depetrini, in campo dalla panchina solo per quel rigore.

«Il giorno prima, in allenamento – avrebbe ricordato Uzzecchini – non ne aveva sbagliato uno». Spiazzò Zoff, ma il pallone uscì a lato del palo opposto.

La stampa locale, ignorando il fuggi fuggi dei tiratori designati, incolpò dell’errore di Depetrini l’allenatore esordiente. Quel rigore segnò la carriera di Uzzecchini allenatore, tra i primi comunque a prendere il master specialistico per la formazione dei giovani calciatori, lo stesso titolo di Sacchi. Ma il treno era passato, il TEE per lo meno, la sua carriera avrebbe toccato Vasto, Livorno, Olbia, poi la Primavera della “sua” Sampdoria ereditata da Lippi, ma toltagli quasi subito per una decisione dirigenziale. Da allora, avrebbe insegnato agli aspiranti allenatori.

Il calcio ha ragioni che la ragione non conosce. Contro la Germania Conte inserisce Pellè al 120′, Pellè sbaglia dal dischetto e l’Italia esce dall’Europeo 2016. Van Gaal mette Krul al 120′ al posto di Cillesseen, Krul para due rigori e l’Olanda va in semifinale al Mondiale 2014. Uzzecchini precedette sia il ct azzurro che quello olandese: qualche anno dopo Mantova, alla guida del Vasto nella trasferta di Massa, in serie C, gli venne fischiato un penalty contro. Allora il mister cambiò il portiere, fuori Milone e dentro Di Mascio che parò il rigore, e quel punto a fine stagione valse la salvezza. «E’ il calcio, e non puoi farci niente».

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