NOI TUTTI AGGRAPPATI AL PAPA

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Il Papa come testimone di Dio o dell’Uomo?

Ci aggrappiamo un po’ tutti a Francesco oggi a Genova. E non sappiamo bene perché.

Si aggrappano giustamente gli operai troppo a lungo lasciati soli, perché finalmente qualcuno ricorda la differenza tra “riscatto” e “ricatto” del lavoro. Perché questo “prete” (così Bergoglio si è definito) parla di “lavoro nero”, di “disoccupazione”, di orari disumani. Perché ricorda l’ipocrisia della “meritocrazia che usa una parola bella, merito, per dare una giustificazione etica della diseguaglianza… e fa sentire il povero colpevole!”.

Si aggrappano a Francesco i cittadini genovesi – a due settimane da un voto molto malinconico, nel segno del compromesso e non della speranza – per sentire finalmente qualcuno che cita con orgoglio la Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Si aggrappano i giovani che lo incontrano alla Guardia e vivono in una città dove si sentono minoranza (spesso inascoltata, ignorata), problema più che risorsa.

Si aggrappano le autorità – senza autorevolezza – che lo seguono e cercano di comparire nelle inquadrature della Tv per confermare un ruolo e una credibilità che spesso non hanno più.

Si aggrappano a Francesco gli immigrati (che poi non sono soltanto gli africani, ma anche tanti di noi, anche io che scrivo) quando ricorda: “E’ la prima volta che vengo a Genova, vicino al porto da dove è uscito mio papà”. Siamo tutti migranti, soprattutto noi italiani.

E si aggrappa anche chi si sente cattolico, ma non sa in fondo se lo è ancora. Non sa nemmeno, a dire la verità, se crede. Pare quasi che non sia la Chiesa a rendere grande questo Papa, ma che sia lui a poter rendere credibile una Chiesa che – soprattutto a Genova – è parsa tanto distante.

Francesco che, perfino, non è qui perché crediamo, ma per farci credere.

Strano destino per Francesco, e forse lui per primo non ne sarebbe felice: migliaia di genovesi lo aspettano. Non come testimone di un DIO, ma come UOMO.

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