Traversaro, quel pugile amato anche da Rocky Balboa

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di Stefano Rissetto

Nessuno osava andare a letto, quella notte del 5 dicembre 1978, nel paese sul mare che aspettava in silenzio, in preghiera, una telefonata da Filadelfia. Correvano la giovane America, il famelico Atlantico e l’Europa già antica, migliaia e migliaia di chilometri dalla Pennsylvania a Villa Tassani: uno sparpaglio di case alla fine di Sestri Levante, al valico tra due vallate, non lontano da una stanca miniera di rame. Il ferro e l’acciaio e l’alluminio, pane del nuovo mondo, erano anche la trinità industriale di Sestri, paese di pescatori che dal primo Novecento un belga venuto dal nulla aveva rieducato alla metallurgia e alla cantieristica. Nella fabbrica di tubi, tremila anime su quindicimila della comunità, prima di lasciarsi alle spalle i turni e il gamellino e il caschetto e calzare i guantoni di cuoio nella palestra di Tito Copello, aveva lavorato anche Aldo Traversaro, campione d’Europa in carica dei mediomassimi.
Quella notte tutti aspettavano che il parroco li svegliasse, sciogliendo a festa le campane della chiesina di Sant’Anna. A trent’anni, il pugile di Tassani combatteva finalmente per il Mondiale. Sette le ore di fuso orario, il combattimento fissato alle otto di sera, in un palasport chiamato Spectrum, dove i Doors avevano suonato la migliore Roadhouse Blues di sempre, nel concerto eternato in un disco doppio, e Rocky Balboa aveva perso e vinto la sua vita finta, più vera di quasi tutte le altre.
Anche Sylvester Stallone era andato a vedere quell’italiano allenarsi, in vista della sfida a Mike Rossman, un altro italiano d’America, che aveva rinnegato il padre DePiano, preferendo il cognome e la fede della madre, tanto da combattere con la Stella di David sui calzoncini. Jewish Bomber lo chiamavano infatti, con ironia yiddisch perfino Kosher Butcher.
La Rai Tv non trasmetteva l’incontro, la radio nemmeno: la notte era davvero notte, in quegli anni Settanta che non volevano finire, che non sarebbero finiti mai. Da Sestri erano partiti in pochi, promettendo di telefonare al sindaco, al posto pubblico del circolo Acli di Tassani, appena l’arbitro avesse sollevato il braccio del vincitore.
La telefonata arrivò. Quella notte le campane non suonarono. Alla quinta ripresa un gancio sinistro di Rossman ferì l’italiano al sopracciglio, per colpa – si sarebbe detto per anni, per sempre – del guantone mal allacciato, maliziosamente allacciato: la stringa aveva fatto da lama. Vinto ma non sconfitto, Traversaro tornò a casa, senza fare il giro del paese sulla Rolls Royce Corniche, come quando un anno prima aveva conquistato il titolo europeo, battendo Bunny Johnson alla Fiera di Genova, nel padiglione a scatola da scarpe che oggi non c’è più, avvicendato dal Nouvel. Nel 2009 hanno buttato giù anche lo Spectrum, salutato non da Ray Manzarek ma dai Pearl Jam. Il Macellaio Kosher detenne il titolo per soli undici mesi, cedendolo a New Orleans per getto della spugna a Victor Galindez, il Leopardo argentino. Ma Traversaro aveva già perduto anche la cintura europea, come se volesse sbarazzarsene, a marzo contro l’olandese Koopman nella sua tana di Rotterdam. Nemmeno quella volta per K.O., come mai gli era successo nella carriera che finiva lì.
Da allora, gli anni sono passati e tornati indietro. Nella sua Tassani, Traversaro ha fatto anche il pastore nel presepe vivente, mentre a insegnare pugilato va a Chiavari, nella palestra che a Copello adesso è intitolata. Questa cosa di Chiavari, a Sestri non la si sopportava. Ci era nato, d’accordo, ma solo perché nel 1948, e poi per decenni, era lì l’unico reparto maternità del Tigullio, dove oggi infatti – per riordino ospedaliero – nascono soltanto lavagnesi. Ogni volta che il telecronista Rai Paolo Rosi, consultando la scheda, lo definiva «il pugile di Chiavari», per i sestrini come Traversaro quello sì che era un pugno…

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