TANTI AUGURI RENZO PIANO!

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Manca una parola nel dizionario italiano. La versione positiva dell’invidia, quella che non avvelena e proviamo nei confronti delle persone che ci sono care.

Il pensiero nasce guardando la vita di Renzo Piano che il 14 settembre compirà 80 anni. Quanti di noi vorrebbero avere una vita così? Vissuta costruendo cose belle. Cercando di dare forma a progetti, pensieri, sogni. Lasciando una traccia di sé nelle città, dove uomini che non conosciamo potranno incontrarsi, parlarsi.

Luoghi – musei, aeroporti, stazioni, teatri, case – che ospiteranno le vite degli altri, susciteranno e proteggeranno idee e ricordi.

Ripercorri le tappe della carriera di Piano e cerchi che cosa abbia reso unico il suo stile. Ti vengono in mente capolavori come il museo dei Canachi in Nuova Caledonia, quello dedicato a Paul Klee a Berna. Il nuovo Muse che ha ridato vita a Trento. Certo, la bellezza delle forme, il dono di saper catturare la luce. La capacità di proteggere gli spazi chiusi senza separarli dal mondo.

Ma non solo. Nelle costruzioni di Renzo Piano c’è qualcosa di diverso rispetto al nuovo grattacielo, pur splendido, di Frank Gehry a Manhattan. Ai ponti fin troppo mirabolanti e ormai stucchevoli di Santiago Calatrava.

Se guardi la stazione dell’alta velocità di Reggio Emilia vedi solo Calatrava. Se osservi i grattacieli di New York trovi Cesar Pelli.

Anche se cammini tra le piazze e gli edifici dell’Auditorium di Roma trovi Renzo Piano. Ti pare di immaginare il suo immancabile pennarello verde che traccia il primo schizzo (http://www.archdaily.com/877340/the-importance-of-the-sketch-in-renzo-pianos-work).

Ma non solo: sono palazzi legati ai luoghi dove vengono realizzati. Come il museo Astrup a Oslo. Chissà se sia il legno oppure l’inclinazione delle vetrate, ma c’è dentro la luce del Nord. Potrebbe essere soltanto lì. E’ costruito, fatto di Norvegia.

C’è, però, soprattutto un altro segreto: se ti muovi accanto a un palazzo disegnato da Renzo Piano trovi i suoi pensieri. Ma anche i tuoi. L’architetto lascia a te il compito di completare l’opera.

Torna in mente un pomeriggio passato con Piano nel suo studio di Vesima. Ore accanto al progetto di un hospice per bambini a Bologna. Un luogo che ospiterà destini difficili perfino da immaginare. L’architetto era alle prese con una stanza dedicata alla meditazione, un luogo dove i genitori potessero rifugiarsi per pensare, pregare, sperare, semplicemente soffrire.

Mancava un dettaglio, una finestra. Doveva far entrare la luce, ma che non fosse violenta. Che sollevasse un poco, rispettando il buio.

Ecco allora quell’idea: un taglio nella parete, dalle fondamenta al soffitto. Dalla terra al cielo. Non (solo) un’intuizione estetica, ma il segno di chi ha capito cosa pensano gli uomini che vivono nella sue case. Quando si incontrano in una stazione, pregano in una chiesa, esultano allo stadio, guardano un quadro, si preparano per un viaggio. Oppure soffrono vicino ai propri figli…

 

 

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