Lettera di un sindaco a se stesso

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di Enrico Testino

Caro Enrico,

Sono il te stesso del 2016.
Ti scrivo questa lettera nel caso, malaugurato, nel futuro, dovessi diventare Sindaco e, spero, che tutti i genovesi facciano una lettera simile ai sé stessi futuri sindaci.
Non è una battuta, né un’esagerazione. Coi tempi che corrono uno può trovarsi Primo Cittadino da un momento all’altro, senza neanche quasi accorgersene (vedi Doria, Pisapia, Raggi, Appendino, Pizzarotti…) quando, magari solo un anno prima, si trovava a contemplare i propri anni futuri a scartabellare tranquillamente tra le foto di famiglia con un buon pacco di Marlboro in mano e la tv accesa in sottofondo.
Dovessi diventare Sindaco, dicevo, caro Enrico, leggi queste righe, ti ricorderanno un paio di punti fondamentali che mi sembra importante tenere a mente.
Bada, uso il termine “diventare” poichè assumere una carica fortemente visibile, di responsabilità, al centro di movimenti e interessi come quella non permette di rimanere quello che scrive questa lettera. La trasformazione è inevitabile, non foss’altro che per questioni di salute psichica. Arriverei a dire che se concorri a quella carica magari sei un po’ cambiato, forse un po’ più stronzo lo sei già diventato, ma questa forse è un’affermazione dozzinale degna dei dialoghi alle fermate dell’autobus.
Quando i bus non passano.
Per colpa del Sindaco.
Se leggi questa lettera ricorda quanto segue, quindi.
Sei andato a rappresentare non te stesso, ma un’ente che esiste da decenni o secoli, a seconda di come si vuol guardare la cosa.
Quindi, nel caso fossi a Genova (non escludo che poi magari uno, pur genovese, si trovi, senza capire perché, a essere Sindaco di Catanzaro o Pontedera) sappi che chi ha governato questa città nei secoli ha fatto danni ovunque risparmiando pochissimi quartieri.
Anche se tu sarai stato, negli anni, affidabilissimo, sappi che andrai a parlare con gente terrorizzata. Persone e comunità che, se sane di mente, non possono fidarti di te e di quel che rappresenti. Devono trattarti male e, forse giustamente, difendersi. Quindi: cresta bassa.
Facciamo alcuni esempi.
Se andrai a parlare di piani portuali, poniamo, con quelli di Prà (a cui hanno costruito, al posto del mare, una piattaforma/isola di container, che manco nei film di fantascienza dei Buio Pesto potevano immaginare, che cancella l’orizzonte del mare e trasforma una località turistica balneare in una periferia industriale) non possono ascoltarti col sorriso.
Ma li devi un po’ capire. Li hanno impecorati così tanto che i loro proctologi son ingegneri delle portacointainer.
O se vai a parlare con quelli che vivono intorno alla Gavoglio, per dirne altri, che son stati abbandonati per così tanti anni che adesso, se, come Istituzione, non li coccoli quotidianamente, gridano subito all’abbandono. Ma devi capire anche loro. Ci cresce una generazione durante gli anni in cui le Istituzioni son “state via” dal quartiere dopo che hanno detto, appena dopo ogni elezione: “Usciamo un attimo a prendere le sigarette!”. Se vuoi occuparti del Lagaccio, per rimanere nell’esempio, è come se adottassi un orfano. E, se adotti un orfano, devi sapere che avrà questa paura di essere di nuovo lasciato solo. A volte l’orfano adottato si strappa i capelli per autolesionismo, a volte mandaffanculo il nuovo genitore. Ma non ce l’avrà con te, ricorda, parla all’Istituzione, secolare, che rappresenti. Devi essere un genitore molto più attento che quelli naturali. E’ così. Si sa.

O se annunci che c risolverai il problema AMT o che rimetti a posto il Carlo Felice sappi che… Vabbè no, se arrivi a dire tanto è inutile ogni consiglio. Sei arrivato al livello “Vincenzi”. Irrecuperabile.

Quindi tieni presente il passato, che ha riservato ai genovesi soluzioni cittadine terribili. Dicono che ai genovesi piace mugugnare, ma forse non è il mugugno, è il rumore, sordo, del giramento di coglioni di 600.000 cittadini che è un sottofondo ancora peggiore del rumore della Sopraelevata in centro città.
Con un passato così…ogni volta che parli di futuro il genovese geme. Non: “teme”, ho detto proprio: “geme”, sente già il dolore del nuovo “progetto”. Poco importa che il tuo sarà veramente il migliore, quello, finalmente, giusto. In un contesto così dato non sei credibile.
Quando giri come Sindaco di Genova è un po’ come se andassi a Fare il Babbo Natale ai figli di una famiglia di amici, ma non tieni presente che il Babbo Natale dell’anno prima era un pedofilo che li ha violentati. Quando la mamma, felice e amica, dirà al figlio: “Ciccino vieni: Arriva Babbo Natale”. Quello va a nascondersi sotto il letto.
Non farti ingannare neanche che ti hanno votato e che votano, magari, la tua parte politica da decenni e decenni. La Sindrome di Stoccolma ha una sua attuazione anche collettiva.
Umiltà quindi, umiltà e, direi ancora di più: consapevolezza di essere nel torto.
Prudenza poi, prudenza e camminare rasente ai muri. Rasente ai muri…questo perché, ma questa è materia di altra lettera, un Sindaco deve avere a che fare con LA MACCHINA COMUNALE. Che è la versione burocratica del “mostro Aniba” di Goldraekiana memoria.
Questi sono i due semplici consigli base, che mi sento di darti e di darmi.
Lo so, bisognerebbe essere propositivi, non solo critici.
Soluzioni quindi? E cosa ne so. D’altronde son cazzi tuoi che hai voluto fare il Sindaco.
Ti saluto.

ps. Ancora una cosa…molto banale, ma così banale che altri non l’hanno capita: tratta bene gli amici e male i nemici. Consiglio lapalissiano, forse, ma a Genova abbiamo visto anche questo.
Ah! Un’ultima cosa, anche questa sembrerà banale, non prendermi per esagerato.
Se viene un’alluvione, evita di dire ai cittadini che se son morti è colpa loro che han preso il motorino.
Ciao, riguardati, se esci dalla legislatura tutto il resto sembrerà una vacanza!
Stammi bene!
Ciao dal te stesso del 2016

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