In forme e modi piuttosto diversi, sul rapimento in Kenya di Silvia Romano i commentatori d’odio da una parte e i professionisti dell’opinione come Massimo Gramellini dall’altra arrivano a chiedersi la stessa cosa: “Era così brutto restare qui ad aiutare gli italiani?” Lo schiaffano in faccia al mondo dei “giovani”, con quel tanto di paternalismo che porta Gramellini perfino a concedere loro “il diritto di illudersi di cambiare il mondo”. Illudersi. I giovani non esistono, ovviamente, ma fa comodo continuare ad adottarla come generica categoria nazionale per emarginare dai processi chiave della società generazioni che, che in molti casi, avrebbero da dire cose più intelligenti e originali, quantomeno aggiornate. Nel paese in cui gli ultrasessantenni dominano praticamente tutte le classi dirigenti in qualunque ambito, fa comodo potersi rivolgere ai giovani: inesperti, idealisti, sempre “fondamentalI” ma protagonisti senza scena.

E non c’è affatto da stupirsi che i commentatori non capiscano una cippa del perché e del percome frotte di giovani (invisibili) cercano oggi un senso, una formazione esperienziale, un praticantato umano in dimensioni di viaggio nei luoghi più impensabili.

Reduce dalla Repubblica Democratica del Congo, dove probabilmente a livello di insicurezza ho rischiato anch’io di trovarmi in situazioni fuori dal mio controllo, di fronte all’ottusità dei sapientoni quotidiani mi scatta l’urgenza di rispondere a muso duro. “E’ così brutto restare ad aiutare gli italiani?”

Ebbene sì, è diventato pesante. Noi stiamo diventando sempre più brutti, aridi e appesantiti. Ben lontani dal volerci fare aiutare, ci trasformiamo in una non-comunità sempre meno attraente e motivante per la quale impegnarsi a fondo. Per smuovere un centimetro di innovazione bisogna sgomitare anni in mezzo a ingranaggi mentali e burocratici vecchi, stupidi, soffocanti. Si sprecano i parlatoi borghesi quanto quelli qualunquisti, ma poi stringi stringi non si progetta nulla di visionario, di veramente progressista, di ritorno all’essenziale. Il livello di umanità che si respira nelle nostre fredde e caotiche città si misura sotto i piedi.

Ciò che molti “giovani” oggi vanno a cercare nei paesi più improbabili del mondo non è quel “turismo del disagio” che pensate, nè quella “smania di altruismo” che sentenziate. E’ una dose di umanità semplice, di felicità povera, di libertà disordinata che la nostra cosiddetta civiltà nel suo progresso ha perduto. Chi non lo ha sperimentato, chi ne ha paura, chi pur vedendo tiene su le barriere interiori, non può capire. Ma nel caos calmo dei villaggi africani o latinoamericani, nelle contraddizioni del mondo di periferia, si respira e si pratica una vitalità diretta, stimolante, umanizzante, che il mondo omologante dei consumisti individualisti non sa più offrire. Siamo al punto che ci vogliono progetti, fondi e operatori specializzati per ricreare ambienti deputati a ricucire il tessuto sociale. La convivialità sana e comunitaria si deve progettare e forzare. Vivere l’armonia con l’ambiente è una specie di lusso da potersi permettere qualche giorno all’anno. E così via. Fare le cose semplici ed essenziali è diventato un processo difficile e quasi senza speranza, se non a piccoli numeri che si “sottraggano” al sistema.

Siamo noi ad esserci imbruttiti, raffreddati, inariditi, incattiviti. Le ondate di intolleranza becera e stupida che oramai si infrangono quotidianamente a qualunque livello ne sono solo la spia ormai visibile senza pudori. Ci stupiamo allora che i giovani cerchino altrove la diversità, la dinamicità, quando ci siamo fatti omologare ad un sistema rigido, noioso, escludente, competitivo? Dove sono le nostre comunità? Ci sono, c’è un’Italia che cambia, ma nessuno la conosce, non potrà mai fare notizia, saranno pochi irriducibili a potervi prendervi parte. Agli altri restano le distrazioni di massa, le giustificazioni eterne. Non troviamo le risposte e ci culliamo nelle domande sbagliate. Ed è così che lentamente muore un paese. Guardando le ombre danzare sul fondo della caverna…

Mi torna alla mente una vicenda decisamente diversa e non paragonabile (ma lo sono le reazioni pubbliche). Il viaggio in solitaria del giovane statunitense Chris McCandless, avvenuto negli anni Novanta e narrato nel film “Into the wild”. All’inizio tutti lì a giudicarlo uno sprovveduto, un sognatore senza scopo, uno che se l’è cercata, e non meritava compianto se gli era andata male. Pochi riescono a leggere in queste vicende l’enorme dose di critica che urlano alla società che componiamo. Critica che non arriva con una lettera aperta sul giornalone di turno, ma nella carne viva dei gesti: in un sorriso in fotografia, nei passi su una strada polverosa, nelle mani e negli sguardi intessuti con i piccoli della terra, là dove non avresti motivo di andare a finire. Quasi invisibile, quasi silenziosa. E se fosse quel passo di lato, nè contro nè pro, con cui “i vostri nati torcono il viso da voi”?

LASCIA UN COMMENTO