L’emergenza Covid-19, oltre alla parte drammatica e tragica delle morti e sofferenze, è stata anche una “onda anomala” arrivata sui nostri comportamenti, abitudini, approcci alla vita e alla quotidianità. Capiremo nei prossimi mesi quanti e quali di questi cambiamenti diventeranno, per utilità o per necessità, stabili.

Una delle ondate più importanti di questa mareggiata è stata quella che ci ha costretto a svolgere buona parte della nostra vita “a distanza” e, così, ci siamo trovati tutti, nessuno escluso, nel più gigantesco e inimmaginabile corso di formazione collettiva sul lavorare, comunicare, vivere… online.

Corso, precisiamo, di natura obbligatoria.

In tutta questa danza uno dei settori tra quelli più inevitabilmente coinvolti è stato quello della scuola, in particolare quella primaria (le vecchie elementari) e secondaria di primo grado (medie). Le scuole, cioè, dove gli studenti sono da formare anche nel sapersi orientare nella didattica e nei metodi di studio.

Su questo aspetto le cose da dire sono tantissime. Dal mio osservatorio di lavoro come “educatore” nelle periferie (ormai miei quartieri di adozione) del ponente genovese ne sottolineo qui una in particolare.

Il passaggio dalla scuola “tradizionale” a quella “online” necessita, banalmente, di due dotazioni fondamentali: quella tecnologica, composta da connettività, supporti tecnologici (cellulari, tablet, pc, ecc…), e quella delle competenze informatiche/digitali. Ne sanno qualcosa tutti i genitori e “congiunti” vari che sono stati nominati, sul campo, insegnanti di complemento con il compito di recuperare le più ancestrali memorie scolastiche e farsi da tramite tra scuola e figli.

Non è scontato né era, fino a un paio di mesi fa, obbligatorio avere queste dotazioni per potere accedere all’insegnamento ma oggi chi non le ha, o le ha solo in parte, rimane, per dirla sempre in un modo tradizionale, “indietro”.

Anche se non ci pensiamo spesso non è scontato avere connettività “illimitate”, pc o tablet, Succede, ad esempio, che molti studenti si trovino a fare tutti i compiti con lo smartphone. E non è neanche scontato avere la capacità famigliare di gestirsi password, account, sistemi di comunicazione di rete e piattaforme didattiche.

Ed è così che, ai miei occhi, sono nate nuove figure di esclusi, frutto di questa didattica scolastica “a distanza”. Sono la nuova versione di quelli che “non vanno a scuola” e per i quali si segnala la cosa al Tribunali dei Minori. Qui sono emersi i casi limite, di pochi studenti, che non sono riusciti, per uno o due mesi, a seguire, che non mandano i compiti, non seguono le lezioni a distanza, si connettono poco o niente con gli insegnati e usano male o niente le piattaforme che le scuole stanno utilizzando. Alunni che, prima della sospensione della scuola fisica, frequentavano e, a diversi livelli, seguivano il programma.

Ovviamente in questo caso non esiste dolo o colpa dei ragazzi e delle famiglie ma una incapacità tecnologica o di “saperi”.

Le scuole, che in questa vicenda sono state fantastiche attivando una didattica alternativa il più in fretta possibile, e i cui insegnanti, nella maggior parte dei casi, si sono spesi al massimo, si sono trovate di fronte a questa nuova tipologia di “esclusi”.

Che fare? A parte in rarissimi e, a mio avviso, maltarati casi di attribuzione di “brutti voti” per mancanza di svolgimento compiti, la maggior parte degli Istituti Comprensivi ha, semplicemente e pervicacemente, continuato a cercare soluzioni, ponti, collaborando con educatori, servizi del Comune, famiglie fino a, in alcuni casi, segnalare poi la cosa all’Ufficio Scolastico di Zona (ex Provveditorato) ponendo il problema.

Possiamo immaginare che per questi studenti saranno previsti percorsi di recupero delle materie senza conseguenze sull’anno. Su questo attendiamo tutti indicazioni ministeriali.

Questi casi “estremi”, però, ci fanno, riflettere anche sulle mille, piccole, esclusioni che un utilizzo pieno delle opportunità della rete permette sempre, alle famiglie, di avere. E’ giunto il momento di considerare una piena connettività come condizione base per avere pari accesso alle opportunità del sapere? E’ il momento di attivare stabilmente la possibilità della didattica online su specifiche situazioni momentanee (es. l’alunno che deve stare a casa, magari in una condizione che permette lo studio, per mesi)?

Ancora di più… è il momento di considerare il pieno accesso alla rete come una delle tante condizioni per diminuire la “quota” di povertà educativa tra ragazzi dei quartieri “periferici” e “centrali”?

Avendo ben presente che la periferia può avere varie geografie. Molti quartieri collinari genovesi, ad esempio, sono la periferia del litorale e non del centro città. Ad esempio il “Cep” è periferia di Voltri e Pra’ e, ancora, molte situazioni “periferiche” si trovano in centro città.

Un segnale è forse arrivato, se lo consideriamo come prima azione in tal senso.

Su Genova, infatti, per la crisi, il Ministero e altri enti e Istituzioni hanno attivato diversi percorsi per dare migliaia di tablet e sim, o fondi per acquistarli, agli studenti che non li possedevano.

Azione da rendere strutturale?

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