Savona, un voto per decidere il futuro

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di Ferruccio Sansa*

Piazza Fabrizio De André. Palazzi squadrati, uno spazio desolato. Non senti voci, profumi. Un omaggio a De André o un modo per far digerire una colata di cemento nel cuore della città? “Quella non è Savona”, ti senti dire dalle persone che incontri.

Sbagliano. Piazza De André è il ritratto della città di oggi: dove stenti a ritrovare il passato e non capisci più dove stai andando. Progetto dell’archistar catalana Roberto Bofill per mettere a tacere le critiche. Il miraggio della città di provincia che diventa ombelico del mondo.

Non solo: questa piazza è il simbolo di un potere durato decenni. E che alle elezioni di primavera sarà riconfermato o archiviato per sempre. Così le vicende politiche di Savona diventano più pesanti dei suoi 60 mila abitanti. Ma per votare, per decidere del futuro, devi capire chi sei. E Savona, forse, non lo sa più. Si vede operaia, guardando le foto in bianco e nero di inizio ‘900 dove il porto era una selva di alberi di navi. L’orizzonte pieno di ciminiere. Non ci sono più.

LA FABBRICA

Il porto strozzato nell’abbraccio di Genova.

Resta il porto, con il suo milione di croceristi l’anno (quarta in Italia). Si riversano nelle strade affamati di immagini sensazionali. Non le troveranno, perché la bellezza di Savona è diversa. Un incrocio di vicoli, un colpo di vento sotto i portici.

Le fabbriche? Una volta ti snocciolavano un rosario: Italsider, Mammuth, Viglienzoni, Fornicoke. Ora i nomi si contano sulle dita di una mano. E il porto avrà una guida comune con Genova. Naturale, forse, ma è proprio Genova – sorella e nemica nell’ abbraccio del golfo – che ha soffocato Savona, che le ha distrutto la cattedrale.

GLI SCANDALI

L’imprenditore latitante, il vescovo commissariato.

Storia antica. Quella recente sono scandali. Da quando in città nel 2008 arrivò un procuratore che l’ha rivoltata: Francantonio Granero. Il pm che davanti a una commissione parlamentare ha detto: “La Liguria è una regione che sta andando in disfacimento… ”.

Le inchieste non hanno risparmiato nessuno: dalla ‘ndrangheta all’aspirante capogruppo del Pd arrestato a pochi giorni dalle elezioni 2011 (comunque vinte), passando per gli scandali infiniti della Chiesa, “soprattutto nella vicina diocesi di Albenga, refugium peccatorum dei sacerdoti”, racconta Francesco Zanardi della Rete l’Abuso.

Uno dopo l’altro crollano i pilastri dei savonesi: i partiti (non solo il Pd), la Chiesa, ma anche la banca. Quella Carisa che concesse finanziamenti di milioni all’imprenditore Andrea Nucera quando già nelle sue casse si apriva una voragine da 400 milioni. Oggi è latitante a Dubai e tanti sperano che non torni, non parli. Perché fino al 2010 lui volava tranquillo sul suo aereo privato e molti bussavano alla sua porta: “Politici, imprenditori, forse magistrati”, racconta Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità.

CHI COMANDA

Pasquale, il recordman delle poltrone.

Basta andare in piazza Diaz, pieno centro, dove Nucera aveva un palazzo. Nel 2006 tra gli acquirenti dei locali ci furono una società di Federico Berruti – commercialista e sindaco della città – e poi Luciano Pasquale, simbolo di un potere decennale. Pasquale, recordman delle poltrone: è stato presidente della Carisa e della Camera di Commercio, direttore dell’Unione industriali. “I vertici istituzionali li faceva parlando allo specchio”, scherza qualcuno.

Ma Savona taceva. Fino all’inchiesta sulla centrale a carbone di Vado (il Comune alle porte della città). La perizia dell’accusa parla di 440 morti. Ci sono 86 indagati, tra cui l’ex presidente della Regione Claudio Burlando, l’ex candidata Pd alle ultime regionali, Raffaella Paita, e Angelo Vaccarezza (all’epoca presidente della Provincia, oggi capogruppo Forza Italia in Regione). Nessuno poteva scagliare la prima pietra.

Nemmeno il sindacato. Dall’inchiesta spuntano dialoghi in cui sembra concordare la strategia con la centrale. Era dura per i pochi dissenzienti, come Vito Brunetti: “Ho strappato la tessera Cgil nel 2011 – racconta – dopo aver sentito i miei colleghi che sostenevano il carbone. Basta monetizzare la salute”. In tanti anni nessuna indagine epidemiologica seria. Eppure l’ordine dei medici denunciava il rischio. “Bastava suonare a un campanello qualsiasi nelle casette dietro la centrale per trovare gente malata”, racconta Stefano Milano che nella sua libreria, uno dei centri della vita cittadina, ha raccolto migliaia di firme. I partiti tacevano o si schieravano con il carbone (a parte ambientalisti, M5S e una fetta di sinistra).

L’ECONOMIA

La grande abbuffata del cemento

Carbone e cemento. La grande abbuffata. Palazzi in ogni centimetro quadrato libero, come nel vecchio porto recuperato. Quindici anni fa vedevi tornare i giovani. La vita. Ora c’è il grattacielo di Bofill semivuoto che schiaccia la Torretta medievale simbolo della città. Accanto il famigerato Crescent, una diga che nasconde l’antica fortezza del Priamar.

“Cemento anche al posto delle industrie, per arricchire due o tre famiglie e lasciare la città senza spazi: ecco in via Stalingrado il centro commerciale Le Officine. La fabbrica dello shopping, dice la pubblicità, ma di operaio c’è solo il nome”, racconta il cronista Mario Molinari che cura il sito di informazione Ninin .

E non è finita: “All’ingresso del porto Massimiliano Fuksas aveva disegnato una torre di cento metri a forma di banana. Non si farà, troppe proteste, ma i costruttori dopo anni di ricorsi hanno vinto e già scaldano le ruspe”, racconta un’altra voce scomoda, Giovanni Durante dell’Arci.

Poi il Crescent 2, i progetti di altre torri negli spazi delle Ferrovie. Cemento, l’unica scommessa. Quanti scandali… Era il giugno del 1983 quando venne arrestato Alberto Teardo, socialista rampante savonese. La città e la Liguria tremarono.

Trent’anni passati invano. O forse no. Oggi Savona sembra divisa in due: da una parte lo schieramento che l’ha governata per decenni. Dall’altra la città che ha detto “no”: i Molinari, Milano, Zanardi.

Direbbe De André che dal letame – dal carbone – nascono i fior.

Forse tutto è cominciato dalla centrale che ha imposto una scelta. Sulla scheda elettorale i savonesi scriveranno chi sono. Magari proprio partendo da Calata Pietro Sbarbaro, di fronte al porto e ai nuovi palazzoni. Là dove una volta c’erano le prostitute, forse più che “graziose” con “occhi color di foglia”, donne esauste che aspettavano i marinai. Loro non ci sono più, ma Savona c’è ancora. Cammini nei carruggi e senti i tuoi passi che risuonano dove passava un giovane Sandro Pertini: il presidente antifascista era nato a pochi chilometri da qui, a Stella, vicino a dove il Pd della Paita nel 2015 annunciò il patto con il centrodestra ex scajoliano.

Ritrovi Savona davanti a palazzo Della Rovere. Stanze cadenti, che basta guardarle per immaginarsi biblioteche, centri per giovani, musica. Vita. Un progetto c’è, ma arriveranno i soldi? Era della famiglia Della Rovere, appunto, quella di Sisto IV. Vi dice niente? Il Papa della cappella di Michelangelo. Savona, unica oltre a Roma, ha la sua Sistina che il pontefice edificò per i genitori. Poi Giulio II, il nipote, un altro Della Rovere, un altro papa. Quanti a Savona lo ricordano?

“Come la pinacoteca donata da Milena Milani alla città. Ci sono Picasso, Magritte, Miro, Calder, Campigli, Fontana”, racconta Silvio Riolfo Marengo, uno dei tanti savonesi emigrati – a Milano guidava la Garzanti – e poi tornati.

IL TEATRO

La città va in scena sui palchi del Chiabrera

Sì, Savona c’è ancora. Tra i palchi del Chiabrera passano bei nomi di solisti e attori. Sul cartellone trovi Marco Paolini. Ma il teatro nelle città di provincia è luogo dove incontrarsi. Uno sguardo alla scena e uno ai palchi. Confrontare volti, vestiti, la gerarchia dei posti.

Savona c’è ancora, nei vicoli, stretti, ma non angusti; con muri grigi, ma pieni di colori. Quel senso di misura così ligure che si fa largo verso il mare. “Navi fanno ritorno/ escono navi dal prossimo porto ”, scriveva il poeta Angelo Barile. Fino a via Pia dove ti danno in mano la panissa, una fetta di tepore stretta tra due pezzi di pane. Sapore di farinata, di parole che dai tavoli di legno salgono al soffitto.

Savona c’è anche tra i condomini disordinati delle alture. Al Santuario dove per la processione arrivano tutti, credenti o no, forse per quella scritta sulla porta: misericordia, non giustizia. Nella piazza senti l’odore dell’entroterra, del Piemonte. Savona città di mare e collina. Uliveti, alture gialle di castagni.

Savona c’è, ma sarà dura ripartire. Ogni anno 1.419 persone la lasciano, una diaspora di giovani (la disoccupazione è all’11,1%). Qui non trovano lavoro, a Londra dirigono centri di ricerca. Ma soprattutto quel saldo negativo: 800 decessi e 400 nascite. Età media, 48 anni. Vecchi e più poveri: Liguria e Savona non sono più ai vertici dei depositi bancari pro capite (18.649 euro in città, con una media nazionale di 17.700). Le statistiche te le ritrovi davanti camminando in via Paleocapa e corso Italia, salotti della città. Pochi giovani, tanto che li noti quando fanno capannelli.

Qualche sabato d’inverno magari incontri savonesi famosi che tornano: Carlo Freccero, Fabio Fazio. Chissà se ritrovano la loro città.

Sono le sei quando la campana di piazza Mameli suona. Il traffico si ferma per ricordare i caduti delle guerre. Tutti immobili, in silenzio, per un minuto. Ogni sera, da decenni. Savona ricorda.

 

*da Il Fatto Quotidiano 14 febbraio 2016

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