Quei piccoli boschi liguri. La speranza dopo le fiamme

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E’ ancora presto per fare un bilancio. Nei giorni 17 e 18 gennaio sono bruciati ettari di boschi alle spalle di Genova, in val Fontanabuona, dietro Imperia e Arma di Taggia.
Le fiamme hanno terminato quello che già avevano iniziato qualche anno prima, con l’enorme incendio sul monte Fasce che anche allora aveva minacciato le case cittadine.
La magra consolazione è che su gran parte del territorio che va da Apparizione a Sant’Ilario di alberi ne erano rimasti ben pochi.
Chi abita da quelle parti ricorda i racconti dei nonni, che avevano tagliato gran parte dei boschi durante la guerra, per scaldarsi, o per alimentare i forni che dovevano far evaporare l’acqua e ricavare il sale, da contrabbandare in Piemonte in cambio di farina e polenta.
Ma il fuoco se la prende con i più deboli: negli ultimi vent’anni la processionaria ha soffocato e distrutto tutte le pinete costiere; la vespa del castagno ha portato al deperimento e alla fine di molti boschi di castagni, da tempo abbandonati.
Il fuoco arriva buon ultimo e tutti malediciamo piromani e incauti che sono causa della maggior parte dei disastri, dimenticando che il fuoco brucia meglio sul bruciato.
Sono stati colpiti i crinali. Ancora il 19 gennaio bruciava la fascia che partiva da Rezzo in valle Arroscia, per scavalcare il crinale verso Vasia, in valle Impero e raggiungere Carpasio, in un ramo della valle Argentina.
I vigili del fuoco hanno calcolato che in tutta la regione 5000 ettari di boschi sono andati distrutti in soli tre giorni.
Il vento ha ostacolato il lavoro dei Canadair ed elicotteri. Le stazioni di rilevamento hanno registrato la raffica più intensa a 170 km/h, con vento a 130 km/h sulle cime.
I pompieri impiegati sono stati circa 150, con turni prolungati e rinforzi da Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna.
C’erano tutte le condizioni per il disastro perfetto: boschi malati, zone impervie e condizioni meteo oltre il limite.
Sui quotidiani si leggevano servizi sui pompieri, con gli organici all’osso e un’età media di cinquant’anni; sulla caccia ai piromani; su fantastici identikit del piromane ideale: maschio e alcolista.
Su scala mondiale 50 chilometri quadrati di foresta perduti sono briciole, non fanno neanche statistica, perché i nostri boschi non fanno parte di nessuna area IFL (Intact Forest Landscapes) il cui requisito minimo è occupare una superficie di 500 kmq senza presenza umana: non una casa, una strada, un traliccio.
La statistica dice che fra il 2000 e il 2013 sono andate perdute il 7.2% di queste riserve intatte di biodiversità.
Non è la nostra regione ad averne patito, tantomeno l’Italia o l’Europa, così densamente popolate. La maggior parte di IFL si trova in Russia, Brasile e Canada.
L’Australia è stata però la parte di mondo più colpita; ha perso il 22 per cento delle sue foreste originali.
E’ chiaro che questo sia un indice che fa riferimento solo alle aree incontaminate di foresta, ma possiamo immaginarci quanti alberi siano stati tagliati per far posto a case, strade, miniere, pascoli, campi; tutti territori che non erano nell’elite IFL, perché già circondati o abitati o percorsi dall’uomo. Oppure lasciati bruciare, come avviene negli Stati Uniti, in nome di una malcelata idea di naturale rigenerazione, di ecologismo spinto all’assoluta non interferenza.
Nell’ultima tempesta di neve e vento è crollato Pioneer Cabin Tree, la sequoia simbolo del Calaveras Big Tree State Park, circa cinquanta miglia a ovest di San Francisco.
Intorno al 1880 qualcuno l’aveva scavata, ricavandone una galleria di circa tre metri di larghezza, facendone un’attrazione.
Oggi quei taglialegna finirebbero in galera e linciati mediaticamente, ma quell’albero mutilato ha contribuito a far conoscere le meraviglie dei monti Calaveras, a dichiararli area protetta e parco dello Stato della California.
Secondo quanto riportato da dagli abitanti della zona, l’albero è caduto intorno alle 2 del pomeriggio di domenica 8 gennaio.
Riportare tutti questi esempi in un misero tentativo di paragonare le cose piccole alle grandi – la sequoia gigante versus il bosco di Rezzo, i nostri 50 kmq percorsi da strade, ferrovie, autostrade, punteggiati da paesi illuminati e spenti perché in abbandono con la foresta intatta – può apparire un esercizio senza senso, se non crediamo che ogni cosa è collegata.
Come corollario trovo senza senso parlare di aree intatte perché non contaminate dall’uomo. E’ come pensare che l’umanità viva in una bolla di cemento e memorie telefoniche, mentre ogni giorno respiriamo, vediamo il mare e magari facciamo due passi. Noi agiamo con e assieme alla natura anche quando sembriamo distruggerla. Per quel che ne sappiamo – poco o niente -, sarà l’ambiente a sorprenderci con reazioni impreviste, magari non a Rezzo, ma in Australia.
Nel film Solaris di Andrej Tarkowskj, il protagonista viene mandato su un’astronave che orbitava attorno a un pianeta sconosciuto. Al suo arrivo scopre che ogni abitante del veicolo ha sviluppato una personale forma di follia, che fa leva sulle ossessioni e pulsioni nascoste in ognuno. Durante il film veniamo a sapere che il comandante, appena entrato nell’orbita del pianeta sconosciuto, descritto come un “unico organismo vivente”, aveva dato l’ordine di bombardarlo con radiazioni. Il protagonista intuisce il legame fra quel primo atto ostile e la follia che ha preso tutti gli abitanti dell’astronave. E’ una reazione del pianeta che è stato attaccato.
Così ordina di inviare al pianeta onde radio e la superficie del pianeta, che per tutto il tempo era stata compatta, si modifica in sinuosi vortici marini e gli uomini dell’astronave cominciano a guarire, spariscono gli incubi e i mostri dell’inconscio che si materializzavano dietro alle porte.
Ecco, la migliore parabola pacifista, la risposta sovietica a 2001 Odissea nello spazio, in cui la spiegazione ultima era che l’umanità era nata con un atto di violenza, fracassando il cranio di un altro uomo.
Si poteva combattere la vespa del castagno irrorando di pesticidi i boschi, oppure tagliando le piante malate, oppure introdurre un altro parassita, il Torymus Sinensis, proveniente dalla Cina come la vespa del castagno, che si nutre delle sue larve.
In Italia è stata avviata una campagna di lanci di Torymus e qualche risultato si inizia a vedere. In Giappone, dove è stato sperimentato la prima volta, la produzione di castagne è tornata ai livelli precedenti dopo dieci anni di lanci. Le rispettive popolazioni si sono stabilizzate; la vespa del castagno non è stata eliminata del tutto, ma non è più in condizioni di nuocere.
Il bombardamento, il dialogo. Il taglio, l’incendio oppure l’introduzione di nuova vita.
Barack Obama oppure Donald Trump.
Per i boschi come per la politica le opzioni sono quelle, con tutti i grigi fra quei due.
Ma tornando ai boschi, la scelta è già stata fatta, almeno qui da noi. La forestale da tempo sta attuando ripopolamenti ragionati, introducendo le diverse essenze adatte ai nostri terreni (non più le macchie di conifere a mezza costa, immerse fra lecci e rovi). Le essenze vengono fornite dal Centro Nazionale per lo Studio e la Conservazione della Biodiversità Forestale, vicino a Verona.
C’è ancora tanto da fare – ce ne sarà sempre. Ma la strada è quella, se noi ci prendiamo cura dell’ambiente, l’ambiente ci proteggerà meglio in futuro. Non fermeremo gli incendi, non rieducheremo i piromani. Saremo a ricostruire – sempre – con la cazzuola in mano, con pazienza e costanza, impiegando anni a riparare i disastri provocati in poche ore di fiamme.
E’ un lavoro che può fare solo il pubblico, tornando ad assumere pompieri e forestali, destinando risorse e braccia ai nostri monti, perché lo dobbiamo a noi stessi.

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