QUANTE PERSONE HAI VISTO OGGI?

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“Papà, quante persone ho visto oggi?”. Potresti dire cento, mille, diecimila. A Mario basta un numero, qualcosa che dia una dimensione e un limite alla sua scoperta: la folla. La percezione della moltitudine e insieme degli individui. La prima intuizione che ognuno è davvero come te.

“Allora papà quanti sono?”, incalza. Ti fa intenerire quella fiducia assurda che presto perderà e forse tanto vale dirglielo subito… Che non ne hai la minima idea, che ne sai quanto lui. Eppure senti di non poterlo deludere, non ancora. Anche questo è amore, pensi.
E poi, ti viene il dubbio, bisognerebbe davvero tenere il conto. Dai, allora proviamo, ma proprio con precisione. Abbiamo incontrato il vicino di casa con la macchina azzurra tutta scassata. Uno. Poi i tre operai che salivano a piedi con gli occhi gonfi di sonno. Fanno quattro. E qui il calcolo si fa complesso: l’autobus all’incrocio… Diciamo trenta?
Dopo il semaforo il compito diventa proibitivo: un’auto ogni dieci metri per dieci chilometri, una media di due persone per macchina. Ma poi… quanti ne hai viste e quante nemmeno sfiorate con lo sguardo? E i bus, il treno per Roma delle sei e mezzo che passava veloce sul ponte… Quante ombre abbiamo visto dietro ai finestrini?
Pedoni facciamo duecento. Poi la gente alle finestre. Ci sarebbe forse anche da dire del traghetto che stava arrivando in porto, almeno la gente sul ponte.
Poi i compagni di scuola, gli amici delle altre classi e i maestri, i genitori assiepati all’uscita… diciamo uno ogni 1,5 bambini perché tanti hanno un fratello e ormai c’è chi torna a casa da solo. Al campo di pallone quanto eravate? Sei per squadra. Poi gli allenatori. La gente che passava per caso e dava un’occhiata appoggiata alla ringhiera. Ci siamo quasi, ma non dimentichiamo i clienti del supermercato quando abbiamo comprato il latte e le pizze surgelate. Poi, certo, i nonni e gli zii. E la mamma, i fratelli, perché non si finisca per trascurare proprio noi.
Diciamo… “Duemila, anzi 2.107”, perché Mario ti crederà di più; bisogna essere precisi, soprattutto nelle bugie.
“Va bene?”.
Lo vedi che ci pensa. Gli piacerebbe saperne di più: i nomi, la vita, i legami tra uno e l’altro. Ma chissà, forse un giorno si riuscirà.
“Sì”, alza le coperte.
E vorresti chiedergli il perché di quel calcolo, ma lo vedi che con le dita conta, controlla. Chissà a chi corrispondono l’indice, il pollice, il medio che si sollevano. Bene, sembra convinto, sono tutti in salvo, ora si può dormire. Appena spegni la luce, però, senti la voce già morbida del cuscino: “Ma il signore che correva con il cane al guinzaglio l’hai contato?”. Vabbè, uno più o uno meno… Ma no, hai ragione, bisogna essere precisi: “2.108”.
E se una volta qualcuno poi dimenticasse proprio te?

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