QUANDO AVEVAMO COSE BELLE

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Così ci si ritrova padre e figlio alla stazione. C’è sempre una prima partenza. E non sai se provare tenerezza soltanto per lui che si scopre improvvisamente questo corpo da uomo e quasi non lo riconosce… oppure per te, che sei pure in un’età incerta, ancora con la voglia di partire nelle gambe, ma senti di dover restare. Proprio come il compasso di quella meravigliosa poesia di John Donne: qualcuno deve fissare il punto sulla carta perché l’altro possa allontanarsi e disegnare il proprio cerchio. Ora tocca a lui, funziona così.

Però è strano ritrovarsi, dopo aver condiviso migliaia di giorni nelle stanze della casa, in un luogo estraneo, pubblico. Quasi come due persone che si sono incontrate per caso. Ci prende il timore di veder dispersi, annacquati i pensieri e gli sguardi; che tutto voli via come le carte ai margini del binario.

Chi l’avrebbe detto, tu e io nella sala d’attesa di una stazione. Chissà quanti prima di noi devono essere stati in questa stanza: mani che si sfiorano, abbracci, incroci d’occhi, sguardi sulle spalle al momento del saluto… e chissà se, come nei quadri di Boccioni, sia più difficile andare o restare. E’ tutto una partenza in fondo, è sempre una stazione: lo scopriamo adesso insieme, ma dirselo è proibito. Proprio la confidenza ce lo vieta.

Meglio guardare la luce di giugno, pure con questa maccaia pesante che preme sui vetri e il mare d’olio che non riesce a luccicare. Ma aiuta questa la bellezza. E’ più leggero anche un saluto – questo primo, piccolo, addio di un giorno – nella stazione in riva al mare. E poi guarda i soffitti con gli stucchi, il lampadario art deco e il pavimento di marmo. Sembra una villa dell’Ottocento e invece è la sala d’aspetto di una stazioncina di paese.

Sì, c’è stato un tempo in cui avevamo cose belle. Anni che mettevamo cura per costruire le cose di tutti, i luoghi pubblici. Comuni. Chissà, forse lo facevamo per l’orgoglio di mostrare che non eravamo più poveri quando i turisti dall’Inghilterra e dalla Germania sbarcavano qui a Nervi con il cappello di paglia e vestiti leggeri a fiori. Sembra quasi di sentire i loro passi, le voci. O magari l’hanno costruita così anche per noi questa stazione; perché i pensieri, anche i più nascosti, si nutrono dei luoghi, degli oggetti. Perfino di dettagli, come questa strana fontana che vorrebbe ricordare una grotta. Avevamo cose belle una volta, c’era una cura, un’attenzione, perché non è vero che i luoghi pubblici non sono di nessuno, ma sono di tutti. Anche tuoi e miei questa mattina. E sarebbe diverso salutarsi in una stanza con i muri grigi e il soffitto che ci pesa sulla testa. Sarebbe diverso anche il ricordo che ognuno di noi si porterà per le strade che lo aspettano. A volte basta un soffitto verde, uno stucco, una fontana un poco assurda.

Vabbè, ora vai che sennò con questi discorsi qui in sala d’aspetto ci passiamo la giornata. Per te è il tempo che i treni si vedono dalle luci bianche della locomotiva. Lascia che siano altri a guardare i fari rossi dell’ultimo vagone.

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