Il posto più bello di Genova

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Qual è il posto preferito della vostra città?

Ognuno di noi ha un posto prediletto. Ci vai per trovare qualcuno, qualcosa, o soltanto per incontrare te stesso.

Può cambiare con il tempo, il tuo luogo preferito, con l’umore, perfino con l’ora del giorno. Ce n’è uno per la mattina, quando sei pieno di slancio, e uno per la malinconia serale.

Se ci penso adesso – ma domani potrebbe essere già diverso – mi viene in mente vico delle Mele. Quando arrivi da piazza Caricamento e d’improvviso la luce si stringe tra i palazzi, come in un imbuto. Ricordo una mattina che cominciai a camminare e mi ci trovai quasi per caso: procedevo rasente i muri dei palazzi e d’un tratto mi infilai in un vicolo strettissimo, non mi viene in mente il nome. Non saprei indicarvi con precisione il punto… si prende a destra, poi si gira, mi pare a sinistra. Deve essere nord, ma non sono sicuro. Gli scout ti dicono di cercare dove c’è il muschio, ma nel centro storico non aiuta molto.

In quel vicolo non ci incontri quasi mai nessuno. Senti in qualche modo il mare, ma non lo vedi. Senti i gabbiani, ma è soltanto un suono, un’ombra veloce sul selciato.

A un tratto c’è un portone, una via di mezzo tra un negozio e l’uscio di una casa. E dell’abitazione ha gli odori, la luce incerta. Le fotografie e i quadri appesi alle pareti. Sulla porta, ma per vederlo devi scostare una tenda gialla, c’è un piccolo cartello: “Emilio, modelli di navi”.

Lui, Emilio, non c’è quasi mai. O meglio, non lo vedi, eppure deve essere da qualche parte che lavora. Senti l’arrancare del seghetto nel legno, il profumo della colla e delle vernici.

Sta costruendo i suoi modellini, quelli che vedi esposti – per chissà chi, visto che nessuno o quasi passa – nella finestra accanto all’ingresso. L’ultima volta che sono andato ho visto un gozzo, più perfetto e luccicante di uno vero; tanto grande che non capivi come potesse stare nella stanza, quasi che, pronto per salpare, fosse rimasto imprigionato in casa. Poi, all’opposto, giganti come l’Andrea Doria, la Raffaello e la Michelangelo, ma così piccole che potevi tenerle tra due dita.

“Lo guardi bene”, mi ha detto Emilio sbucando da chissà dove e passandosi le mani sul grembiule blu, “Lo guardi… anche se è minuscolo c’è tutto. Se potesse osservarlo con la lente, ci vedrebbe perfino i passeggeri, uno per uno. Fino alle loro mani, gli occhi, il cuore”.

Allora sono tornato indietro di corsa, in un negozio vicino a piazza Banchi. Ho comprato la lente e sono tornato, ma Emilio non c’era più. Nemmeno i modellini. La porta era sbarrata.

Ma a quel punto non mi andava di tornare indietro. Ho continuato a camminare, a seguire la discesa sempre più ripida. Attenzione a non scivolare, i gradini hanno forma irregolare, le pietre sporgono o sono state portate via.

Sono passato sotto un archivolto tra due palazzi, ho proseguito per qualche metro all’ombra di un porticato che mi ricordava la Commenda di Pré. Ma non ero lì, ho provato a orientarmi. A occhio dovevo essere tornato dalle parti di piazza Caricamento, ma non c’erano auto. Non c’è nemmeno la strada, ma soltanto una creuza che sulle cartine di Genova non sono riuscito a trovare.

Forse dev’essere dalle parti della darsena dei pescatori, dal mercato ittico. Forse ero arrivato oltre Ponte Parodi, in quegli angoli che la città distratta a volte si dimentica di avere.

C’era una trattoria, mi pare, con il menu scritto su una piccola lavagna appesa alla porta. Ma era ancora troppo presto per mangiare e sono andato oltre. Ho passato una pompa di benzina per le barche, un laboratorio che ripara le vele con un albero piantato sul cemento per provare rande e fiocchi. Proprio come quello che una volta si vedeva su un tetto dietro piazza Sarzano. C’era un grande genoa che sventolava, quasi fosse pronto a salpare.

Non sembrava più di essere in città. Non si vedeva la sopraelevata, nemmeno quei silos grandi come cattedrali. Intorno a me c’erano case basse, colorate. Avrei detto di essere a Boccadasse. E c’era un porticciolo, minimo, appena lo spazio per mettere in acqua i gozzi. Un gruppo di ragazzi si tuffava da un moncherino di pietra e mattoni, forse quello che restava di una casa. “Buttati!”, urlavano quelli che erano già in acqua. Così l’ultimo ragazzo rimasto a riva è saltato verso l’alto, ha disegnato in aria una specie di arco ed è caduto in acqua di testa. Verticale. L’ho visto infilarsi nell’acqua, accarezzare il fondo con le mani. E tornare a galla stringendo nella mano un frammento di vegetazione marina. I più fortunati, nella frazione di secondo del tuffo, riuscivano a trovare perfino una conchiglia.

Mi hanno raccontato che, mica tanto tempo fa, all’imboccatura del porticciolo sono riusciti ad arrivare chissà come anche i delfini. Forse hanno seguito un traghetto.

Non so quanto tempo sia passato dall’ultima volta che sono stato laggiù. Ho provato a indicare la strada ai miei amici, ma non sono riusciti a orientarsi. Qualcuno ha trovato la bottega di Emilio, altri il porticciolo. C’è chi si è imbattuto in un grande pergolato, in una piazzetta che io non avevo nemmeno notato.

Molti mi hanno detto che quel luogo non esiste. In effetti sulla carta non lo trovo, nemmeno le guide ne fanno cenno. Può darsi, eppure io sono certo di esserci stato.

Mi hanno detto anche che deve essere un sogno. Forse è così, del resto i sogni sono la cosa più vera che ci rimane.

 

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