Pifferai sotto la Lanterna

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Genova non sarà Hamelin, però ospita pure lei un discreto numero di pifferai magici.

Ricordate la leggenda della Bassa Sassonia, in cui un suonatore versato in incantamenti rapiva l’intera popolazione infantile della città? Allo stesso modo, dalle nostre parti una congrua porzione di pubblica opinione infantilizzata è da tempo alla mercé di siffatti personaggi incantatori. Tutti specializzati nell’eseguire – a proprio uso e consumo – lo spartito confortante quanto menzognero della soluzione dietro l’angolo. Mentre – nel frattempo – le situazioni incancreniscono.

Sembra averlo capito Vittorio Malacalza – alle prese con il difficile risanamento di un santuario delle passate negoziazioni tra potentati locali, quale Carige – cooptando nel CdA uno dei più accreditati maghi locali, quale Beppe Pericu; sempre in bilico tra il profilo professionale e quello politicante, che rese possibile (con quali contropartite?) al regime burlandiano di mettere una pezza al pasticcio creato defenestrando un sindaco fuori dalle logiche affaristiche del regime locale. Difatti il noto amministrativista, già senatore in quota craxiana, si distinse per una gestione molto sussiegosa quanto priva di visione prospettica (un amministratore di condomini in toga e tocco), mentre accorte pulizie di bilancio nascondevano sotto i tappeti (leggi società partecipate) i buchi contabili che avrebbero zavorrato le amministrazioni successive. Difatti, il già piacione Pericu avrebbe gradito come successore fidato l’ex confindustriale Stefano Zara, rimasto agli atti concertistici della politica genovese per il gingle secondo cui a Campi stava nascendo “una piccola Ruhr”. Hai voglia: uno spazio deindustrializzato che fu riempito con le Ikee, alla faccia della manifattura!

Ma se si parla di spazio, il supremo affabulatore in materia risulta l’archistar enfant du pays Renzo Piano. Quello che farebbe in continuazione dono alla città delle sue idee impagabili. Anche se l’antico poeta ci mise al suo tempo in guardia con l’inclito verso “timeo Piano et dona ferentes”. Visto che la sua ultima liberalità (secondo lo spirito del tempo, rinominata in anglo-managerialese” Blueprint”) ci assicura un po’ di abitazioni abbarbicate sul muraglione sottostante corso Aurelio Saffi, con annesso attracco barche in un surrettizio porticciolo creato nel previsto canale. Una zona già devastata in precedenza da un altro regalo di Piano, sotto forma di sponsorizzazione (a che titolo e in cambio di cosa?) della candidatura del collega Jean Nouvel, ben noto all’ufficio, per la realizzazione di un padiglione fieristico disastroso per funzionalità e finito nel mirino della magistratura. Difatti lo spazio pubblico è l’ambito preferito dai nostri pifferai. Ad esempio Erzelli, di cui ora il governatore Toti (in versione “nata ieri”) dichiara l’opportunità di operarne il salvataggio, perché altrimenti andrebbero nei guai gli istituti di credito impelagati nell’operazione immobiliare. Ma non si trattava di una nascente “cittadella della scienza”, una tecnocity per l’integrazione sistemica di impresa e ricerca applicata? Quanto – comunque – viene a certificarci l’Istituto Italiano di Tecnologie, con il suo direttore scientifico Roberto Cingolani. Straordinario suonatore di composizioni mirabolanti – il noto scienziato – che hanno un solo difetto: non fecondano il territorio. Alla faccia della barca di milioni pubblici che l’istituto di diritto privato incassa annualmente dalla mano pubblica. E l’inarrestabile Cingolani ci ammannisce pure la sua ricetta per offrire lavoro hi tech alle giovani generazioni. Trascurando il piccolo particolare che a Morego buona parte dei tecnici – verdi o meno d’età – operano in regime di precariato. Come emerge dal raffronto con il corrispondente in terra germanica – l’Istituto Fraunhofer – dedicato alla crescita del sistema produttivo diffondendo i risultati della ricerca applicata. Il soggetto italiano (IIT) ha un migliaio di ricercatori, tutti con contratti temporanei; quello tedesco ne assomma 24mila prevalentemente inquadrati a tempo indeterminato.

Qui l’analisi musical-politico-pifferaia genovese si ferma, in attesa della prossima sonatina di un complesso musicale che probabilmente rischia di calcare per l’ultima volta il nostro palcoscenico il 4 dicembre. Non a caso alla guida dell’orchestrina propugnatrice del SI al referendum (per la blindatura a mezzi incantamenti mendaci della Casta) troviamo proprio il rieccolo Pericu.

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