Piccoli posti di Liguria/4 I padiglioni dei matti da slegare

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di Massimiliano Lussana

Dentro, nel parco, gli spazi sono immensi. 

Rari e inediti per Genova. 

Grandi prati e vecchi orinatoi a cielo aperto. Vespasiani artistici e ricordi di quando, qui dentro, c’era una città.

Il padiglione principale, quello dove c’era la direzione, e’ chiuso da un catenone e da un lucchetto. Dalle finestre rotte, dai buchi nei vetri, si intravedono muri scrostati, scrivanie polverose e storie interrotte .

Poi, ci sono tutti i piccoli padiglioni, ognuno dei quali ricorda qualche storia drammatica, semplicemente da qualche scritta stampigliata sui muri: gli acuti, la sala terapie – nome delicato per raccontare storie drammatiche – la sala infermieri, il magazzino delle attrezzature, altro sinonimo per parlare di camicie di forza, di letti a cui essere legati. Di cinture contenitive e catene del corpo e dell’anima.

Poi, ci si inoltra fra gli uffici della Asl e i dipartimenti che curano le dipendenze. Si passa fra la farmacia interna e la sede delle associazioni di volontariato.

Alla fine di un corridoio, si sale qualche scalino e si arriva nella sala della biblioteca, che ogni tanto apre per un convegno o per un incontro. L’ultima volta è stata per il Festival della Scienza.

In bacheca, manifestini pubblicizzano la mostra su arte e psichiatria. La star e’ Melina Riccio, che su questi muri racconta le sue storie di costrizioni e di contrizioni, le sue poesie più dolorose, rigorosamente in rima. Come fosse un’Alda Merini genovese, che ha il suo quaderno sulle pareti, la sua agenda sui muri, i suoi appunti sulle scale.

Poi, c’è l’altra di bacheca. Quella con gli articoli di giornale, dei primi anni Settanta, non roba ottocentesca, che raccontano delle decine di bimbi allora ancora ricoverati nell’ex ospedale psichiatrico di Cogoleto. E lì a colpire sono soprattutto le fotografie, gli occhi di dolore di quei bimbi, le loro divise, i loro capelli rasati. Quegli stessi occhi che ci siamo abituati a vedere nei film e nei documentari sui campi nazisti.

E gli articoli, con la grafica dei giornali degli anni Settanta, con i titoli cubitali, raccontano numeri drammatici. All’inizio di quel decennio – non nell’Ottocento – erano decine di migliaia i minori ancora ricoverati negli ospedali psichiatrici, soprattutto al Sud. Bastava essere down, epilettici, Dsa, “diversi” di ogni diversità, devianti di ogni devianza o anche essere indesiderati in famiglia per finire in manicomio. E, magari, non uscirne più.

Dall’altra parte, di fronte alla bacheca, ci sono il bar, il posto delle fragole, e i matti.

Sdraiati sulle panchine,  ti sorridono sghembi, ed è uno dei più bei sorrisi che abbia mai visto.

Fumano, sempre.

“E dentro alle chiese ci vanno a fumare centinaia  di sigarette davanti all’altare”

Fumano, sempre.

“I matti non hanno un cuore, e se ce l’hanno e’ sprecato, e’ una caverna tutta nera”.

Nei pomeriggi passati a Quarto, quella caverna ti fa vedere un mondo più bello.

Fuori, ti senti più povero.

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