Piccoli posti di Liguria/3 – Le scuole di una volta a Bolzaneto, a Sampierdarena e a Certosa

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di Massimiliano Lussana

Se esistesse un termometro della civiltà di un Paese, di una regione, di una città, di un quartiere, quel termometro perfetto sarebbe l’architettura delle scuole.

E passare attraverso i quartieri di Genova e i loro edifici scolastici, un po’ come Nanni Moretti in “Caro diario” nella sua cavalcata a bordo di una Vespa attraverso le zone di Roma e gli stili delle loro case, contrappuntato soltanto dalle note di Nicola Piovani, significa raccontare la nostra vita.

Il riassunto fra la differenza di storia, di cultura, di educazione civica, di etica, di un tempo e quella di oggi è raccontato dai palazzi che ospitano le scuole, dagli asili alle medie, dalle elementari ai licei.

Il racconto del partito del cemento, persino al di là del libro dei curatori di questo blog, e’ fotografato iconograficamente dalle immagini di quelli che tecnicamente si chiamano plessi.

I casermoni di cemento armato di Quarto, di Molassana, disseminati un po’ in tutti i quartieri, con i soffitti di cartongesso eternamente in bilico con i pannelli delle controsoffittature che sembrano lì lì per cadere, e le colonne interne e i serramenti d’acciaio con gli spigoli che sono quasi uno spot del mancato rispetto delle normative sulla sicurezza degli edifici. Manuali della violazione della legge da parte della stessa amministrazione che quella legge la scrive.

Poi, magari, ti spiegano che la cultura della legalità deve iniziare fin dai banchi di scuola.

Ma è soprattutto l’elemento estetico a colpire.

Chi vede male, pensa male.

E crescere, e imparare, e studiare, in cubi di cemento armato con il grigio topo come colore base non riesce ad essere riscattato nemmeno dagli splendidi disegni dei bimbi appesi alle pareti, quasi un grido d’allarme di pennarello rispetto alla bruttezza.

Poi, però.

Poi, però, vedi che c’è un’altra Italia e c’è un’altra architettura scolastica. Che è quella umbertina o quella Liberty di inizio secolo.

Che è quella degli istituti di Sampierdarena, dove le scritte sono quelle di un tempo: San Pier d’Arena. Piazza del Monastero, piazza della Fortezza, tutte le zone lì attorno. Dove l’ingresso è con i tre scalini dai bordi arrotondati. Dove le facciate raccontano storie da libro Cuore e, a un certo punto, ti aspetti di veder sbucare Franti, Garrone e la maestrina dalla penna rossa.

Che è quella di via Ariosto, a Certosa. A un passo, la metropolitana di Brin sembra l’inferno, anche architettonico, coi piloni metallici pesanti di una pesantezza programmatica. Poi, fiore nel deserto, questa scuola bellissima. Leggera, programmaticamente, anch’essa.

E poi, piazza Rissotto, a Bolzaneto. Con una scuola che sembra un monumento storico, aria pura in mezzo alle case accatastate. Con un ingresso di quelli che un tempo erano differenziati fra maschi e femmine.

Con la bellezza che ti riconcilia con lo studio. Con la speranza che un edificio simile ti faccia immergere in belle letture, buone lezioni, prof che sono educatori.

Per fare una buona scuola, a volte, al di là dei facili slogan, basterebbe fare una bella scuola.

Non basta.

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