Piccoli posti di Liguria/2: il camping per sbaglio sopra a Pegli

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di Massimiliano Lussana

Per arrivarci, bisogna perdersi.

Seguire le classiche frecce color marrone-amaranto-turistico che, dal centro di Pegli, indicano la Vetta.

Il bravo automobilista, ligio ai cartelli, viene catapultato in un mondo meraviglioso: le villette liberty dai giardini rigogliosi di specie da orto botanico o da libro di scienze naturali, di viale Vespucci.

Le curve che, a ogni sterzata successiva, e’ sempre più bello. Perfetto contraltare parallelo e conseguente a viale Modugno.

E insieme, viale Vespucci e viale Modugno, sono quasi una definizione da manuale della bellezza. Insieme, minimo comune multiplo e massimo comune denominatore del concetto stesso di bellezza.

Se poi qualcuno avesse ancora dubbi, basta perdersi verso via Salgari e via Ungaretti e i cartelli burocratici che avvisano “comprensorio Pegli 2”.

Immense cubature di cemento armato dove non c’è nessun Sandokan, nessun Tremal Naik o come diavolo si chiamava e nessuno Yanez.

E nemmeno la possibilità di illuminarsi d’immenso la mattina, ma solo la consapevolezza di star come d’autunno sugli alberi le foglie, soldati si’. Ma di una speculazione edilizia e di un partito del cemento che su questa collina e nella differenza fra le case di prima e quelle di dopo ha il suo manifesto programmatico.

Insomma, si impara più di Genova e della Liguria da questi tornanti, che da migliaia di pagine di guide turistiche.

Insomma, è un viaggio utilissimo.

Unico problema: alla Vetta, da lì, non ci si arriva mai.

Però, perdendosi nelle alture sopra Pegli, si finisce anche nel campeggio di Villa Doria. E sembra un posto impossibile, soprattutto in città.

Il lungomare di Pegli e’ solo a ottocento metri, ancor meno dista il museo Navale di piazza Bonavino, che è proprio all’interno di villa Doria Centurione e proprio l’altr’anno ha ospitato la mostra sui progetti d’acqua di Renzo Piano, uno degli orgogli genovesi, uno dei pochi degli ultimi tempi, il migliore delle ultime generazioni. Testimonial della capacità di sognare alto, crasi fra sognare e volare alto.

Ma, anche se tutto questo sta lì a poche decine di metri, qui è un altro mondo, un’altra storia.

Si finisce in un bel campeggio che sembra preso di peso da un Paese straniero. Si chiama camping Villa Doria – ed essendo all’interno del parco, non è che abbiano investito molto in fantasia per battezzarlo – e ci sono i ragazzi stranieri che giocano a ping pong, le piazzole ordinatissime e pulitissime, la reception e il bar più lindi di una corsia d’ospedale e l’impressione di essere “davvero” in un posto di villeggiatura, un campeggio francese della costa più selvaggia, una guida turistica trasfigurata in un manuale di come dev’essere un campeggio.

Quando si entra, convinti di essere alla Vetta, il gestore si rende conto di essere di fronte al centesimo automobilista che ha sbagliato strada e scherza: “Dovrei chiamarlo camping La Vetta e avrei sempre il pienone”.

Retromarcia.

Fuori, c’è la città.

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