Fino a qualche anno fa l’area era stata sbancata, scavata, gli alberi abbattuti, i vecchi sentieri interrotti e il passaggio era impossibile a meno di camminare in un cantiere, aggirando recinzioni e facendo attenzione a non inciampare nei cavi.

Ora i lavori sono finiti e a prima vista quello che vediamo in una passeggiata sulle alture di Alassio sembra un esempio riuscito di integrazione fra edilizia e ambiente.

Lungo il sentiero che collega la località Madonna delle Grazie a Vegliasco e alla Madonna della Guardia si trovano le sette ville in pietra e vetro, ognuna dotata di una magnifica vista sul golfo di Alassio e sulle colline circostanti.

Ma avvicinandoci scopriamo qualcosa di incongruo: la macchia mediterranea ha invaso i vialetti di accesso ed è cresciuta, fino a nascondere muretti e ringhiere che contornavano le ville, crescendo attorno e sopra le siepi ornamentali in fiore, a fianco di ginestri,, cespugli di saggina e di rosa canina.

In mezzo si trovano le case, che colpiscono perché sono nuove, intatte, come appena terminate, pronte a essere consegnate a chi si può permettere una tale vista.

Ma ci accorgiamo che non è così, perché il sentiero ci porta davanti a un cancello spalancato e ostruito da erbe infestanti, cresciute fra le maglie di una griglia abbattuta.

Proviamo a entrare, ma dopo pochi metri desistiamo, i cespugli formano un muro insuperabile e non riusciamo a raggiungere la casa.

Il sentiero prosegue accanto alle recinzioni delle altre case più in alto.

Da questo punto, a metà collina, il blu del mare riempie gli occhi, anche perché non c’è un albero d’alto fusto a interrompere la vista.

L’idea originaria era che queste case dovessero essere circondate da un bel prato all’inglese, continuamente irrorato dagli impianti a pioggia, a formare arcobaleni nel tramonto.

Commentavo tempo prima l’assenza di alberi nelle nuove abitazioni in campagna, che io imputavo al fatto che rovinassero il panorama.

L’amico, milanese autoironico, aveva risposto:

  • Perché l’albero sporca.

Lo avevo guardato interrogativamente per quell’attimo prima di capire, ma lui mi aveva proseguito

  • Tutte quelle foglie per terra da raccogliere, sai che rottura.
  • E poi finiscono sulla piscina, intasano i filtri, avevo aggiunto io.

Ogni villa ha la sua piscina, costruita su un terrazzamento e circondata da piastrelle sagomate come assi in finto tek, piene di acqua marrone e stagnante, raccolta dalle ultime piogge.

 

Avevo chiesto in giro per sapere come era nato tutto questo e mi hanno detto che da quelle parti c’era una piccola casetta di campagna, come tante, su una fascia e raggiungibile solo con un sentiero.

Era di proprietà di un ex impiegato del Comune, che si era aperto una via d’accesso a colpi di martello pneumatico, tutto da solo.

Dopo aver finito, si era venduto la casa a un prezzo vantaggioso, lasciando ai posteri una strada che non c’era.

A volte basta poco: un frullo d’ali nel passato genera valanghe nei decenni a venire.

Proseguendo lungo il sentiero e costeggiando i lotti cintati ma di proprietà di nessuno troviamo un’altra recinzione tagliata. C’è un varco, passiamo attraverso e raggiungere la casa è facile, qui non ci sono ostacoli naturali.

La vetrata del soggiorno è lunga una decina di metri e si affaccia nel grande blu.

Fuori c’è una specie di patio con una copertura di tronchi sagomati a parallelepipedo, come lunghe traversine di binario, disposti a lamelle. In terra c’è lo stesso pavimento in finto tek che abbiamo visto attorno alle piscine.

Il risultato che si vede, in tutto questo abbandono in mezzo a uno dei panorami più belli della Baia del Sole, sembra meglio di quello che è costato, cioè anni di sbancamenti di tonnellate di terra, abbattimenti di ulivi, distruzione di fasce.

Inutile dire che tutti questi lavori erano stati autorizzati e se erano stati autorizzati evidentemente c’erano leggi e regole che lo permettevano.

La dinamica che è seguita è sempre la stessa: a un certo punto qualcuno, forse i vicini, forse qualche cittadino indignato ha fatto opposizione, è intervenuto il tribunale, che avrà ritenuto che quelle leggi e regole usate per concedere i permessi di edificare non potevano essere interpretate a piacimento.

Nell’incertezza sui tempi della giustizia l’impresa non riesce a vendere e va in fallimento. Le ville sono sequestrate e terminate da cinque anni.

Prima o poi verranno messe all’asta e arriveranno i nuovi proprietari che chiameranno altre imprese per ripristinare gli allacci, le reti, i passaggi, le piscine.

Tutta questa storia dev’essere durata almeno vent’anni e se c’è da imparare qualcosa è che ad Alassio – finora – più in alto di così in collina non è andato nessuno.

Le uniche case più in alto sono quelle delle frazioni di Moglio e Solva, già esistenti, ristrutturate e abitate o usate tutto l’anno dagli alassini.

In tutto questo c’è chi ha vinto più di un’elezione, costruendo il consenso attraverso il cemento e dando una via d’uscita a chi mai avrebbe potuto comprare un appartamento ad Alassio, con i prezzi impazziti, che mai in due vite un impiegato o un negoziante potrebbero pagare.

Ma le sette ville senza alberi attorno sono il confine – per ora – a un’idea di sviluppo e ricchezza fondata solo sull’edilizia e volta a soddisfare il famoso uno per cento.

Per il resto, non ci si è fatti mancare niente. Negli anni si è ristrutturato e allargato tutto quello che si poteva, sono stati costruiti due nuovi complessi di condomini precollinari – dicono in gran parte invenduti. Ciliegina sulla torta: un’estensione del piano regolatore ha permesso di innalzare i palazzi di un piano.

Ma l’estremo grado di finezza è stato raggiunto per le nuove palazzine prima del porticciolo, costruite su un’area notoriamente franosa (qualche anno fa gli scavi di un parcheggio interrato poco distante avevano fatto crollare un pezzo di Aurelia, con il risultato che una delle tre vie di accesso ad Alassio era stata chiusa per mesi), il cui intervento è stato ribattezzato come “riqualificazione ambientale”:

 

 

E questi sono i risultati:

In cui il rendering in basso illumina il passante sul paradiso in costruzione, una specie di inverso-natura, o una versione de luxe dei Sassi di Matera magnificamente incastonati nella macchia mediterranea. Da lontano non si vedrà nulla, le pietre di rivestimento sembreranno roccia, la vegetazione coprirà più superficie possibile.

Già nella costruzione delle sette ville il cemento a vista è bandito, si vede la pietra, l’ardesia, il vetro, tutti materiali meno disturbanti.

In queste palazzine verso il porticciolo l’intento è quello di nascondere anche la pietra, vendendo l’intervento come miglioria dell’esistente.

Anche il cemento o l’edilizia diventano verdi e liberano gli acquirenti dai sensi di colpa, che dovranno accettare i vialetti e le scale di accesso sporcati dagli aghi di pino.

Tutto questo ci segnala un’evoluzione nell’edilizia delle nostre coste.

Il cemento come elemento fondante deve sparire dalla vista, per restare l’anima delle costruzioni che vanno a occupare sempre più suolo, richiedendo sempre più acqua per servizi superflui, come le piscine o enormi vasche da bagno stile jacuzzi che fanno la differenza assieme al doppio o triplo bagno.

La logica perversa è che il cemento chiama cemento.  Le palazzine verso il porticciolo sono l’ultimo passo di una serie di infruttuosi tentativi per far qualcosa su un tratto di costa scosceso, terroso e franoso, contornato da palazzine e ville a loro volta costruite sullo stesso terreno.

Ma, ricordiamolo, ad Alassio un appartamento fronte mare non si vende al metro quadro, ma a milioni.

Quei milioni che sono rientrati silenziosamente in Italia al seguito dei vari scudi fiscali, reimpiegati nel mattone.

Le sette ville e questo ultimo insediamento fanno parte dello stesso processo, cioè sono strumenti necessari per chiudere il cerchio.

Più o meno funziona così: il denaro torna in Italia e viene investito nel mattone con intenti speculativi; la transazione viene registrata solo in parte, mentre il grosso del denaro resta coperto e riprende la via delle banche estere.

Ci sono bravi professionisti al di qua e al di là del confine, capaci di fare queste cose per imprenditori, finanzieri, speculatori, mafiosi e chiunque possa pagare.

Il gioco va avanti fino a quando non arriva il tribunale, oppure qualche crisi periodica che deprime anche l’immobiliare, così da lasciare qualcuno con il cerino in mano: il costruttore o lo speculatore o chi, ingenuo, voleva davvero una seconda casa al mare, che si ritrova sotto sequestro.

Nel frattempo c’è chi si è dato da fare guadagnando e dando lavoro a muratori, decoratori, falegnami, fabbri, elettricisti, idraulici, geometri, architetti d’interni e di giardini, arredatori, mobilieri.

Chi amministra ha capito che l’unico modo per far funzionare le cose è questo, il resto è depressione, povertà e decadenza.

Tutto questo sta ancora avvenendo dopo che un processo innescato dai primi anni Novanta ha espulso gran parte dei vecchi abitanti dalla costa, spingendoli a emigrare o trovar casa nell’immediato entroterra, in altri Comuni che ora devono fronteggiare nuovi bisogni – anche qui spesso risolti con la costruzione di nuove case – ma anche con nuove domande di servizi come scuole, ambulatori, ricoveri.

Nuovi abitanti che hanno imparato a fare i pendolari verso i loro paesi di origine, cercando di tenerlo in vita con i loro mestieri, aspettando l’invasione del weekend.

Le foto sono di Cristina Gaggero

 

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