Quando un tempo – e anche oggi ad altre latitudini – la gente crepava di fame e ingiustizie una guerra poteva diventare lo strumento di distrazione di massa più efficace.

Un tempo, e pure oggi, quando a una comunità mancano valori, principi , obiettivi in grado da fungere da collante e da spinta propulsiva, la soluzione migliore e più semplice per far credere ai membri di questa comunità di esserlo e di avere qualcosa appunto in comune, è di metter loro in mano una bandiera e farla sventolare. L’aria smossa si porterà via il nulla racchiuso nei cuori, il vuoto di idee e di prospettive delle menti.

L’operazione bandiera lanciata dal sindaco Marco Bucci e sostenuta con spirito da crociati dai fedelissimi della Lega sarebbe divertente se non fosse preoccupante.

Rispolverare la croce di San Giorgio, con qualche illuminato giovane leghista che ha pure chiesto nei Municipi la sostituzione di quella dell’Onu per metterci il vessillo di San Giorgio, ripropone quella stessa voglia di tempi antichi che ha animato anche le tristemente celebri giornate del family day di Verona.

 

Grandeur, cristianesimo, guerrieri, predominio, ricchezza, sono le illusorie suggestioni che sorreggono la giornata della bandiera. Sono i sogni adulterati che cercherà di far bere al suo popolo l’uomo che si è inventato lo slogan di “Genova meravigliosa” manco questa città fosse l’ultima nave della flotta Costa. Ma forse è proprio questo l’obiettivo del sindaco Bucci.

Far credere ai genovesi di vivere in una crociera perenne, come ai crocieristi si fa credere di vivere in quella settimana il vero mare, la vera navigazione, all inclusive, con visite guidate veloci e superficiali.

Per la bandiera il valore aggiunto è la nostalgia di un tempo che non solo non tornerà più ma che viene pure travisato. Questo affannoso richiamo al passato e alle sue tradizioni cela ai genovesi di oggi quella che fu la Genova di allora, città spregiudicata sì, ma anche aperta, a suo modo tollerante, pronta a nuove sfide che guardassero al futuro. I dogi non chiedevano ai genovesi del tempo di sventolare le clave di Neanderthal, li invitavano ad allargare menti e orizzonti, a cercare nuove bandiere con le quali stringere patti, alleanze, affari.

Il micragnoso spirito dei tempi leghisti con puntello pentastellato è quello di rispolverare vessilli e idee sulla base non della conoscenza storica ma di uno sbrigativo senso di orgoglio che, con la festa della bandiera, a Genova si traduce nell’ultima variante sovranista: macchè Onu, macchè Europa, macchè Italia, e tra un po’ macchè bandiera di San Giorgio, meglio quella del mio quartiere, del mio rione, della mia via, del mio condominio, della mia cameretta.

Ps: naturalmente il fatto che la celebrazione di San Giorgio cada di 23 aprile e consenta di celebrare il trapassato chiudendo in un cassetto il recente passato della Resistenza e del 25 Aprile, è puramente casuale.

LASCIA UN COMMENTO