Non è una provocazione. Bisognerebbe davvero chiedersi come celebrare una vergogna collettiva. Se debba essere gestita dai singoli privatamente o se invece debba trovare un momento pubblico in cui essere mostrata.

La domanda sorge nel momento in cui si legge che per celebrare la conclusione dei lavori del nuovo ponte  di Genova si terranno due concerti. La sera del 26 luglio l’orchestra del Carlo Felice suonerà in piazza De Ferrari un brano appositamente creato per ricordare la tragedia.

Il giorno dopo, un colosso delle costruzioni (Salini Impregilo, oggi Webuild) organizzerà l’evento clou. La società ha affittato l’orchestra di  Santa Cecilia e la farà suonare – il programma prevede Beethoven – a Genova (dove non si è ancora ben compreso) in diretta Rai.

E’ forse bene ricordare che il legittimo orgoglio istituzionale per il nuovo viadotto nasce da uno dei più incredibili e tragici fallimenti del nostro sistema. Nasce, non può essere diversamente, se non da precise colpe, dall’incapacità di controllare, monitorare e intervenire in tempo utile, di un’intera comunità composta da: politici, amministratori, rappresentanti delle istituzioni, concessionari, industriali, manager, professori universitari, economisti, ingegneri, geometri, ordini professionali, associazioni di categoria.

Qui non si tratta della responsabilità delle persone –  quelle ci deve pensare la magistratura a individuarle – piuttosto di responsabilità collettiva. Di tutta l’Italia, non di Genova. E sarebbe doveroso che questa comunità si vergognasse pubblicamente ed esibisse finalmente un sentimento che, forse, più che nascosto, è davvero sconosciuto a molti.

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