NOI CHE DOVREMMO TORNARE A SCUOLA

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Le scuole le riconosci subito. Sarà pure la forma che per definizione è squadrata, austera come si suppone debba essere la disciplina. Sarà per i colori sempre spenti, talvolta di nudo cemento, perché il colore sa di anarchia. E forse è vero che il desiderio di spiccare il volo si impara meglio dove ti senti almeno un poco ingabbiato. Costretto. La fantasia non si insegna, al massimo si suscita, magari per contrasto.

Proprio per questo, chissà, le scuole le riconosci dalle finestre. Da quei vetri affacciati su strade, cortili, muri, dove sui cristalli perennemente appannati qualcuno ha incollato la sagoma rossa di una farfalla, lo slancio di un aquilone. A volte animali, cani, gatti che sono facili da tratteggiare più degli uomini.

È dunque cominciato anche quest’anno scolastico. Le truppe appena reclutate si sono raccolte con lo zaino in spalla stamattina davanti alla scalinata del liceo. Faceva quasi tenerezza a noi che già sappiamo cosa li aspetta: mattine, centinaia, a guardare il sole spostarsi sulla parete, sui pavimenti di formica. Mentre un tepore scalda la plastica del banco e i primi sogni, i desideri intorpiditi.

Ma oggi c’è anche tuo figlio tra quelle chiome bionde e scure, fitte e forti, tra quei capelli che escono a milioni dalle teste come pensieri.

Saranno trent’anni che non metti piede in una scuola, ma stamattina hai di nuovo una scusa per superare il portone di legno. E non importa che questa fosse davvero la tua, comunque ritrovi ogni cosa al suo posto dove l’avevi lasciata. Le dita riconoscono il passamano di legno delle scale, le maniglie lucidate da mille e mille passaggi. Nei corridoi ecco gli armadi, le vetrine dove sono esposti libri che nessuno ha mai letto e leggerà mai come quelli finti negli scaffali dell’Ikea. E chissà se sono davvero esistite le persone raffigurate nei busti – hanno sempre i baffi, gli occhi leggermente sporgenti e senza orbite – se qualcuno ha mai portato i nomi riportati nella targa sopra i portoni. Chissà se una vera mano ha scritto le massime riportate nell’aula magna, con quelle lettere aguzze, mai capite ma rinfrescate a ogni restauro. E i cessi poi con quell’odore di piscio sparato sul pavimento, fumo e sapone che ti arriva dritto nella memoria e non serve a niente chiudere le palpebre per difenderti.

Ti trovi a rimpiangere perfino quella paura che ti  faceva camminare storto nel corridoio, scansare il malaugurio delle piastrelle nere.

Non hai bisogno di aprire la porta della ‘prima A’ , dietro vedi già l’aula illuminata dal neon che sia inverno o primavera; vedi la mappa di un’Italia che non esiste più dove sulle linee nere delle autostrade corrono ancora Fiat 500 e betoniere cariche di cemento. Immagini gli studenti intenti alla loro opera misteriosa. Qualcuno gliel’ha lasciata a metà, arriveranno altri a portarla avanti. Non a compierla.

Qualcuno finirà sui giornali, sui libri di storia che altri dovranno studiare. Di tanti resterà solo il nome inciso sulla porta della palestra.

Sono così incerti, pupille dilatate, ossa  leggere e muscoli rossi. E sarai magari più alto, avrai pure la cravatta; crederai forse di sapere come andrà a finire tutto questo, ma provi soggezione di fronte a quella potenza imprigionata nelle minuscole sedie. Nelle vene ancora azzurre loro hanno il tempo.

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