E’ evidente che la piscina Mario Massa nel porticciolo di Nervi fu un errore urbanistico.
Così come è evidente che la piscina di Nervi, arroccata in seno ad una insenatura caratteristica, che fa da apertura ad un quartiere che ha la bellezza come propria ragion d’essere, è diventata, nei decenni, parte dell’identità di quella comunità. Un vezzo, un errore urbanistico da coccolare, su cui spenderci anche qualcosa in più pur di mantenere un luogo entrato nel vissuto di tutti i nerviesi …e genovesi.
Una piscina in riva al mare, dove è passata la storia della pallanuoto e dove potevi gioire di quell’angolo di mondo diventato il centro di mille attività, passeggiate, appuntamenti, pomeriggi estivi.
A volte le cose migliori nascono come progetti descritti da molti come tremendi, come la Torre Eiffel a Parigi, che doveva essere momentanea e venne osteggiata durante tutta la sua progettazione e realizzazione. O nascono come imprevisti dei progetti. Non puoi, per fare un esempio, progettare una torre pregiatissima, ma pendente, che rischia di cadere, se ti capita è una sfiga o, come poi scopri, un colpo di culo.
Capita quindi che costruisci una piscina, in un porticciolo caratteristico, che c’entra poco, e poi questa diventa il centro di un quartiere e fa vivere mille avventure sportive e di vita.
A quel punto, sia come sia, devi fermarti e guardare la realtà. Se la piscina Mario Massa, o la Torre Eiffel, o la Torre Pendente sono diventate parte della identità di un luogo, o addirittura un loro vanto, tu, amministratore, architetto, urbanista, devi fermarti. E valutare se non ci sono gravi motivi per cambiare quell’assetto.
L’architetto e l’urbanista officiano, sono sacerdoti, così come i parrucchieri, i cuochi, la sarta sono coloro che aiutano a festeggiare gli sposi, certificano il loro matrimoni, ma non sono l’amore che li anima né sono gli sposi stessi.
Dovrebbe essere inserito anche in architettura quel meraviglioso precetto, attribuito ad Ippocrate, che è diventato la prima regola della medicina: “Primo: non nuocere”.
E invece uno dei primi precetti ispiratori degli interventi nelle città oggi è: “Primo, realizza luoghi riconoscibili per tutti”.
Ma i luoghi facili, per tutti, usabili con facilità e con criteri assolutamente riconoscibili sono solo uno dei possibili luoghi di una città. Se al Parco Acquasola togliessimo un po’ di alberi, mettessimo 3-4 gelaterie e
chioschi, facessimo una bella e ariosa pista di pattinaggio, costruissimo una decina di grandi giochi per bambini sicuramente sarebbe un luogo molto più frequentato che ora. Se il “metro” della frequenza fosse quello utilizzato. Ma non sarebbe più quella “Genova dell’Acquasola dolcissima, usignola” citata in “Litania” di Caproni. Sarebbe un’altra cosa e noi avremmo perso la possibilità di vivere quella dimensione di luogo, di
vita, di città, di Genova.
La Mario Massa, ormai è praticamente nelle cose, sarà abbattuta. Al suo posto dei gradoni, che vorrebbero essere piacevoli nei rendering dimostrativi, adatti a una breve camminata, forse a stendere gli asciugamani, aperti a tutti, sempre. Ma non si vivranno più gli echi delle partite urlate al centro di un porticciolo che è, nel vissuto del quartiere, uno dei centri della vita collettiva. Così come non ci sarà più un piacere
adolescenziale nell’andare alla propria piscina nel proprio quartiere, sotto il sole, sul mare.
Forse l’imperfezione della piscina Mario Massa, scomodamente inserita nel porticciolo storico, è la firma, con la propria imperfezione della perfezione che caratterizza Nervi. Forse quella piccola imperfezione rende
più reale, genovese, simpatico quel luogo che dal porticciolo, deturpato birichinamente dalla piscina, si allunga verso una delle più belle passeggiate del mondo sopra gli scogli, lungo il mare, sotto un Parco sconfinato che è meta, anche quello, di tutti i genovesi, almeno una volta nella vita. Come per viaggi spirituali in Medio Oriente, viaggi dell’anima.
Magari esageriamo (quando si canta si esagera), ma in una delle città più deturpate del mediterraneo occidentale, dove Prà ha visto nel 1974 togliere le spiagge e i turisti e sostituirle con un’enorme isola piena di container, dove nei mari che Marinetti raccontava come scogli da cui tuffarsi e i milanesi raccontavano come una Sampierdarena da sogno ora ci sono aziende e acciaierie in mezzo alle case, ma, dicevamo, in questo contesto di città inondata da un gigantesco porto come uno tsunami di fumi, amianto, metallo, per tutto il centro e ponente, Nervi è bellissima.
E’ bellissima nella realtà e nella pratica, è una bellezza che si può concedere, ma non a tutti e non indiscriminatamente, ma non per vezzo, perché il luogo è così, con poco spazio arrangiato, divinamente, tra
i monti più alti della città e il mare fatto di scogli. E’ una bellezza dovuta a un luogo particolare dove puoi passeggiare, cenare, stare in pochi, magari da solo e, magari, fino a qualche anno fa, goderti, inaspettatamente, una partita di pallanuoto in mezzo al porticciolo.
Un vezzo, la cosa inaspettata: la mia piscina di Nervi.
Nervi ha una bellezza particolare e concreta, non deve diventare una bellezza da Euroflora o da gradoni per il gelato. Perderebbe sé stessa.
Euroflora era un evento eccezionale, un regalo fatto alla città dal Signor Pastorino, quando, come negli zoo di inizio secolo, radunava in un luogo artificiale, un posto “atro”, non in mezzo al mondo, una meravigliosa
mostra di piante da tutto il pianeta, il circo floreale delle meraviglie, la Miss Mondo del mondo vegetale. Un luogo magico per bambini, esperti, famiglie. Euroflora non può portare questo in un parco vero, usato, con prati dove si è sempre giocato, con piante meravigliose e secolari. Euroflora non può sostituire un luogo e una bellezza vera con una bellezza da piante nei vasi, piantate dentro i prati, per centinaia di migliaia di persone, tutte in poche settimane. Euroflora non può occupare Nervi e i suoi parchi sfrattandoli per un mese e lasciando, dopo, tutto da mettere in ordine. E Nervi, in tutto questo dove è? Dove è finita?
Così come il porticciolo di Nervi non dovrebbe vedersi togliere una piscina, che faceva parte dell’identità e che aveva visto riconosciuta questa identità anche dal Governo con la concessione di fondi per rimettersi in sesto la propria piscina. Togliere il luogo magico, il vezzo, l’identità per metterci un luogo per tutti, non connotato, con dei gradini per prendere il sole. Entrare così a “gamba tesa” in un luogo, togliendo finanziamenti in una direzione virandoli in un’altra, senza chiedere niente a nessuno è cosa grave, volgare,
violenta, imperdonabile. Almeno per me.
E se al progetto di togliere la piscina dal porticciolo si affianca anche un progetto di un centro commerciale, dentro il paese di nervi, con più di 1000 mq di ipermercato, con un grande parcheggio e una piscina, al terzo piano, quando prima era al pianterreno a livello del mare… questo è un tentativo di cambiare Nervi, nella propria identità. Di farne un’altra. E se i nerviesi non si attivano, per prendere in mano il processo che disegnerà il futuro, per almeno 50 anni, vuol dire che i nerviesi non ci sono più. E quando il custode di un luogo non c’è più, è solo questione di tempo perché non ci sia più il luogo.
Parlare di questo non è “fare poesia” come si dice per chi non capisce le cose concrete, importanti, forse inevitabili nella testa di chi lo dice.
Non è parlare di piani urbanistici, statistiche, economie, è fare progettazione. Perché il primo passo della progettazione è il mondo che abbiamo in testa ed essere razionali è sposare l’intelletto con i sentimenti.
Il secondo passo del progettare è immaginare. Solo dopo, dopo avere immaginato da soli e poi collettivamente, litigando sulle visioni, arrivando a contemplare tutti insieme vari futuri disgenati, arrivano i tecnici, e fanno i conti. Ma i conti si fanno per fare “tornare i conti” ai sogni, non alle ipotesi di guadagno.

I progetti delle città non sono mettere su un negozio che deve guardare, soprattutto, ai danari. Diceva un poeta, messo in gabbia per un periodo alla fine della propria vita, prima di ritirarsi in Italia, a Sant’Ambrogio di Zoagli: “Dire che uno Stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come dire che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri”.
Ci sono posti che funzionano solo perché sono belli.
Con la bellezza non si mangia? Basterebbe chiederlo a una qualsiasi Miss Italia ma forse anche a tutti gli albergatori di Ischia, e a Marquez a tutti gli scrittori di cose belle. La bellezza, dopo il cibo, ma proprio subito dopo, è la cosa più vendibile che esista.
Fare un progetto oggi è fare un progetto condiviso, pubblico, trasparente, partecipato, coinvolgente. Non è facile ma bisogna partire dai desideri, dalla realtà, dall’interesse pubblico e dal sincero interesse per il
futuro, di tutti.

E’ per queste ragioni che in questa vicenda, tra chi ha progettato cemento, demolizioni di identità fisiche e chi vive questi progetti come se fossero inevitabili, come l’erba a primavera, io sto con tutti quei cittadini
che, pur subendo la quasi inevitabilità della scomparsa della Mario Massa, chiedono e pretendono di ripensare Nervi tutti insieme. Insieme a chi è protagonista, volente o nolente, del proprio territorio.
Con tutti quei cittadini che, forse e inevitabilmente in modo disordinato, arruffato, esagerato, si muovono intorno all’essenza, ai punti centrali, di questa pericolosa trasformazione urbanistica. E uno dei punti
centrali è aprire la discussione alla città, un altro è parlarne autenticamente, un altro è accendere la creatività e il desiderio di bellezza.
E uno dei punti di passaggio di questa richiesta di partecipazione è sabato 27 giugno, alle ore 10 alla Chiesa di San Siro di Nervi.
E chi ci sarà, sarà lui stesso, una gran cosa.
P. S. Se pensate che togliere la piscina e mettere un centro commerciale non sia un gran danno ricordate che una città si migliora o si peggiora pezzettino per pezzettino.

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