Se morire investiti su un viadotto vale tre righe sul pannello

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Anni fa, era il ’92, mi trovavo a Durban. Dormivamo da parenti di un amico che era con me e tutti i giorni andavamo verso la città, prendendo un’autostrada a due corsie che ci portava fino ai grattacieli sul mare. Il primo impatto col Sudafrica è stato vedere neri correre in autostrada, fra la striscia bianca della carreggiata e il guard rail. Erano in pantaloncini e scarpe da corsa, stavano facendo jogging e non riuscivo a capire perché non scegliessero un luogo più sicuro dell’autostrada dove allenarsi. Il ’92 era un bel momento per il Sudafrica. Tutti parlavano del referendum che si sarebbe svolto a breve – a marzo – dove per l’ultima volta i bianchi da soli avrebbero votato se proseguire i negoziati con l’ANC. Vinsero i si con il 60 per cento circa e dopo un anno si tennero le prime elezioni dove tutti i cittadini votarono per il parlamento e il presidente del nuovo Sudafrica.

Anno 2017, ex confine fra Italia e Francia. La scritta in italiano sul display dice: “Possibili pedoni, prudenza”

Dal lato francese il tabellone riporta “Attention: passage pietons”.

Sul ritorno verso l’Italia sfrecciamo a fianco di due persone che camminano incontro a noi nello stretto passaggio di mezzo metro sul viaduc de Gorbio, fra la striscia bianca e il guard rail. Poco dopo ne sfioriamo altre quattro che camminano in senso inverso, dalla Francia verso l’Italia.

All’ingresso dell’autostrada sulla Moyenne Corniche avevamo visto le auto della polizia francese e ci siamo chiesti se i quattro erano stati respinti da loro e costretti a rientrare da dove erano venuti, cioè dall’autostrada.

Questo è quanto riporta il sito openmigration.org

I morti di confine a Ventimiglia

12 luglio 2017 – Michele Luppi e Andrea Quadroni

Per sfuggire alla polizia di frontiera, il 6 settembre 2016 un giovane di origine africane di cui non si conosce il nome è caduto da un viadotto dell’autostrada A8, all’altezza del villaggio di Saint Agnés, all’uscita di Mentone. Un mese dopo, il 9 ottobre 2016, Milet Tesfamariam, una minorenne eritrea di 17 anni, è stata investita da un tir sulla A10, al confine con la Francia. Si trovava in compagnia di alcuni parenti e stava camminando lungo la galleria che si incontra dopo la barriera di Ventimiglia, appena prima dell’ingresso in territorio francese. L’autotrasportatore ha riferito di aver visto il gruppo di migranti attraversare la carreggiata; ha provato a frenare di colpo, ma non ha potuto evitare la giovane.

Meno di due settimane dopo, il 21 ottobre, i quotidiani francesi hanno riportato la notizia di un giovane migrante investito da una vettura diretta verso l’Italia sull’A8, vicino a Mentone. “Secondo la polizia”, scrive Le Parisien, “diverse persone erano già state segnalate all’inizio della notte su questo tratto di autostrada percorsa dai migranti dall’Italia alla Francia, alcuni sono stati recuperati e portati alla polizia di frontiera”.

Una volta di più ci rendiamo conto che essere nati in Italia, nell’emisfero nord del mondo fa un’enorme differenza e che mentre noi andiamo oltre confine senza controllo dei documenti, per altri, anonimi e giovani, quello è solo l’ultimo passo di una corsa per sopravvivere iniziata scappando da guerre o carestie, costata migliaia e migliaia di dollari alle famiglie e resistendo a fame, sete, detenzioni, ricatti e torture. Noi invece andiamo a fare una gita fuori porta e quello scarto fra le nostre vite e quelle degli altri invisibili che i media ci raccontano le vediamo qui, vicino a noi. Possiamo essere noi i responsabili di un delitto di distrazione o di noncuranza.

La riduzione delle distanze ci disturba, si insinuano discorsi xenofobi, l’immigrazione – clandestina o ufficiale – diventa il problema, il centro dei discorsi, mentre di altro dovremmo parlare, e cioè di lavoro, del nostro sistema scolastico e universitario e dei suoi contenuti, dei nostri ospedali, della cura della persona, del nostro sistema di trasporti, di un piano industriale per il paese.

C’era un tempo in cui i neri correvano sulle autostrade verso il mare. Era folle, ma era una possibilità. Poi le cose sono andate diversamente e oggi camminare per viadotti e gallerie è diventato un tiro di dadi fra la vita e la morte, con esistenze finite che nessuno ricorderà, ma che al limite scateneranno proteste per i pochi controlli al confine, la sicurezza, eccetera eccetera.

Possiamo ripeterci una volta di più che guerre e carestie sono il prodotto della siccità dovuta al riscaldamento globale, che sfociano in conflitti con milioni di profughi, che la globalizzazione ha impoverito tutti, ma tutto questo non c’entra con i discorsi di chi non vuole il cattivo vicino a casa. In Italia abbiamo milioni di persone che si nutrono della sola informazione del Giornale, di Libero o di blog sulle stesse posizioni. Almeno a loro bisognerebbe aver la forza di dire: non rompete più le scatole, non ostacolate chi cerca di aiutare.

 

 

 

 

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