Il Mistero Buffo cominciò a Sestri Levante

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Questa è proprio una beffa delle sue, aver messo in scena in prima assoluta “Mistero buffo” a Sestri Levante, il 1º ottobre 1969, una beffa obliqua perché tu colpevolmente, da vero ignorante, lo vieni a sapere soltanto nel giorno in cui per Dario Fo scende il sipario; e nessuno che al tuo paese te lo avesse detto mai, nessuno che ne avesse parlato, come se fosse stato qualcosa di clandestino sulla misura del passaparola. La storia del teatro e della letteratura ti ha sfiorato, ma tu quella sera dormivi o forse eri troppo piccolo.
Nel giorno in cui il giullare esce di scena, a Stoccolma premiano un altro estraneo alle accademie, uno che pure lui conosce la polvere del palcoscenico, il menestrello Bob Dylan. Sembra un cambio della guardia, un divertissement del dio delle lettere; vien da pensare che il vincitore di diciannove anni fa sarebbe contento di una simile trovata.
Perché Fo avesse scelto Sestri, per far debuttare il lavoro che lo avrebbe portato nel 1997 a dire «Ho visto un re» intendendo per sovrano quello di Svezia, si può arguire dalla storia di un paese che allora era una Sesto San Giovanni in riva al mare, 15mila abitanti e 3mila metalmeccanici nella FIT alias “Tubifera”, e in quegli anni la cultura si faceva anche nelle fabbriche.
Una fabbrica di cultura era invece Genova. Fo non era che uno dei protagonisti ospiti di una scena teatrale che ferveva nei posti più eccentrici, come la Borsa di Arlecchino: oggi dignitoso bar con tavola calda, allora regno di Aldo Trionfo e palestra di talenti come Paolo Poli e del futuro uomo Rai Arnaldo Bagnasco, in carriera partito proprio come attore. Se quello della scena genovese era un sistema solare, tutti i pianeti orbitavano attorno al Re Sole, ovvero Ivo Chiesa che avrebbe cresciuto allievi come Marco Sciaccaluga, tuttora in navigazione, mentre Tonino Conte ed Emanuele Luzzati seguivano un percorso antieuclideo, scrivendo la storia della Tosse, mentre l’Archivolto era davvero Archivolto, altro che il teatro liberty di Sampierdarena, con il regista Zampieri a dirigere Strindberg in un antro a ridosso di Balbi.
Genova era tute blu e magliette a righe, era maschere e pugnali, era il piombo di chi credeva di riprendere il filo di una rivoluzione tradita, senza forse immaginare d’ingigantire ben altro tradimento. Che il teatro fosse “anche” politica, nel tempo in cui tutto era politica, portava a quelli che altrove sarebbero stati paradossi, non a Genova dove Vittorio Gassman, nativo di Struppa, portava in scena “Affabulazione” di Pasolini alla Sala Chiamata di San Benigno, palcoscenico anche de “I due gemelli veneziani” con Alberto Lionello e “Madre coraggio” con Lina Volonghi, altra supernova del cielo teatrale della nostra città.
Ben presto uscito dal circuito ufficiale degli stabili, Fo aveva trovato in Genova più di una rispondenza, fino a consolidare un rapporto con realtà alternative come la comunità di San Benedetto, dove don Andrea Gallo era un suo strano fratello di fede nell’uomo e nella sua natura fragile eppure perenne. Anche dopo il Nobel, che ne aveva illuminato la notorietà corrente ma non la lucidità di idee, il commediografo veniva spesso in visita all’amico.
Protagonisti come Fo hanno lasciato un segno dappertutto, per quanto spesso di contraddizione e di lacerazione: ma il suo ricordo nella prospettiva delle incursioni genovesi risalta a contrasto con la desertificazione corrente, che investe anche la cultura e le sue manifestazioni: oggi recitare negli spazi industriali, prassi degli anni Settanta, a Genova non sarebbe possibile, per mancanza di industrie. Ma anche i teatri non se la passano bene, tra ristrettezze di risorse e difficoltà di ricambio nei talenti, spesso attratti da ribalte meno anguste. Non è un mistero, questo, né tantomeno buffo.

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