Mino Bozzano, troppo bello e forte per vincere davvero

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di Stefano Rissetto

Non è mai andato ai punti, Mino Bozzano. Da piccolo era grande, “Mino” era diminutivo di Giacomo, l’unico diminutivo, alla “Tommaso Bertollo” di Pila sul Gromolo quasi non stava nel banco. Così di andare a scuola si era stancato presto, come di tutto il resto o quasi. Da ragazzo era troppo bello per qualsiasi cosa, figuriamoci fare il pugile, sciupare quel volto da attore del cinematografo. Eppure si era dato proprio alla boxe, come poteva capitare a quelli grandi e grossi in quel di Sestri Levante, se li fiutava il maestro Tito “Palazzina” Copello; e la boxe se lo era preso volentieri, sottraendolo o quasi a tutte le altre femmine che lo vagheggiavano. La boxe era una morosa crudele, ma lui se ne prendeva gioco, gli piaceva solo giocare.
Quando era tornato da Melbourne, agli amici dell’Aragno, non quello di Roma ma un bar di Sestri senza troppi problemi di diritti d’autore, aveva parlato di donne e distanze e avventure, non di quel russo che sembrava una macchina, che lo aveva battuto in semifinale, lasciandolo con la medaglia di bronzo, Leone Mukhin che sarebbe morto a quarant’anni a Rostov.
Intanto Bozzano era passato professionista, ma anche tra le corde giocava, non prendeva nulla sul serio, infatti non avrebbe mai combattuto per un titolo mondiale, né europeo e nemmeno italiano. Al pubblico dei palasport piaceva, perché dava spettacolo, non sembrava nemmeno boxe, eppure erano pugni veri, eccome se erano veri, una volta al Palalido se n’era date talmente tante con un americano che tutti e due erano volati giù dal quadrato, finendo all’ospedale dopo il verdetto, e naturalmente aveva vinto lui.
Era la disperazione degli organizzatori, degli allenatori, non dei tifosi e delle tifose. Un’ereditiera svizzera, ricchissima e bellissima, era venuta a Sestri apposta per conoscerlo, lui l’aveva portata all’Aragno, sempre quello di corso Colombo ovviamente, per farla vedere ai compagni di baraccate. Lei se n’era tornata in Svizzera il giorno dopo.
I pugni erano veri, ma ne dava più di quanti ne prendesse. A un certo punto si stufarono, chi dice la boxe di lui, chi dice lui della boxe, a meno di trent’anni si sfilò i guantoni e continuò a godersi la vita. In tre lo avevano battuto, nessuno lo aveva sconfitto davvero, a domarlo dal Nord sarebbe arrivata Kristina, insieme erano uno più bello dell’altra, ma il circo aveva ormai smontato il tendone, in sala il proiettore si era spento.
Aprirono insieme un ristorante a ridosso del casello autostradale di Sestri, poi un altro a Chiavari, in una traversa di Carugio Drito. Lui era ancora un gran bell’uomo, lo sarebbe rimasto fino all’ultimo, girava con la bandana come De Niro ne “Il cacciatore”, questa del cinema gli era rimasta lì ma non lo diceva, non diceva quasi nulla, poi una volta – sull’onda della reentrèe di Foreman, che a 46 anni aveva esorcizzato l’ombra di Kinshasa riprendendosi il titolo – andò da Costanzo a dire che lui, già ultrasessantenne, avrebbe sfidato Francesco Damiani, l’unico italiano mondiale dei massimi dopo Carnera e più giovane di un quarto di secolo. Ma la federazione non aveva permesso il combattimento, salvando almeno quella volta Bozzano da se stesso.
La vita poi si appallottola da sola, a volte, non senza crudeltà. Nessuno seppe mai perché l’ex campione, ormai settantenne, una sera avesse litigato con un fornaio che avrebbe potuto essere suo figlio, che cosa fosse davvero successo, un pugno o una caduta, per tre anni trascorsi nel nulla, meno dei due e nove mesi inflitti all’aggressore, prima del grande sonno. Non doveva finire così, con più dolore che rimpianto. Con un gong silenzioso.

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