L’ombra di Disneyland sulle Cinque Terre

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cinque disneyland

di Marco Preve

Esattamente dieci anni mentre l’allora presidente della Regione Burlando e il presidente del Parco delle Cinque Terre Bonanini promuovevano le Cinque Terre nel mondo auspicando l’arrivo di qualche milione di turisti cinesi, mentre ambientalisti à la page e giornalisti contro erano ospiti affascinati (e gratuiti) del Parco, uno dei più autorevoli geografi italiani, il genovese Massimo Quaini pubblicava un libro importante: “L’ombra del paesaggio”. In questo clima euforico di autocelebrazione, il professor Quaini, ambientalista privo di fanatismi, portatore di pensieri originali e critici anche nei confronti dell’ambientalismo, scriveva a proposito delle 5 Terre del “rischio di trasformare le 5 Terre in un Parco tematico stile Disneyland dove è possibile avere un surrogato di esperienza della geografia mondiale attraverso un simulacro. La differenza è che qui,accanto al simulacro abbiamo anche la realtà ma, potenza dei simulacri, nessuno la vive nella sua concreta dimensione storico sociale, al massimo la guarda…”.

Dieci anni dopo le Cinque Terre sono franate. Non solo le colline e le rocce, ma anche i valori, la legalità, il senso di comunità, i riferimenti politici. E rischiano di affogare sommerse dal fiume che le ha fatte ricche: il turismo.

Come purtroppo spesso accade, accorgersi all’improvviso di essere seduti su una miniera d’oro, specie per chi si trovava a ai margini della ricchezza e conosceva solo fatica e sacrificio, scatena gli appetiti più feroci in barba ai luoghi comuni su radici, identità, tradizioni. L’aspra serietà dei liguri alle Cinque Terre si è tradotta anche in sfruttamento intensivo del turismo con fenomeni di abusivismo selvaggio (affittacamere in nero), svuotamento dei borghi (trasformo la casa in ostello e vado a vivere a Spezia), abbandono della terra, formazione di consorterie, rifiuto di un pensiero alternativo, gigantismo ( il turismo cinese), lenta ma pericolosa apertura a trasformazioni radicali (la funivia per portare i turisti sul monte Bramapane evitando la fatica del sentiero che è invece essenziale per capire la realtà del luogo; progetto di bungalow con piscina nell’ex villaggio Europa, entrambi mai realizzati); incapacità di incanalare i milioni di euro generati dai biglietti della Via dell’Amore verso la prima fondamentale necessità: la protezione e la conservazione della Via dell’Amore stessa, oggi chiusa da tre anni per colpa di frane e cecità amministrativa. Generale diffusione di atteggiamenti predatori, come alcuni ristoranti che offrono qualità scarsissima a prezzi altissimi o botteghe di souvenir paccottiglia.
La schizofrenia dei residenti che oscillano fra il terrore di perdere i benefici economici dell’invasione dei croceristi all’odio nei confronti degli stessi per i danni provocati al delicato equilibrio socio ambientale dei piccoli borghi.
È tutta un fallimento l’idea delle Cinque Terre frutto dell’ispirazione di un Franco Bonanini non ancora vittima di se stesso? Solo uno stupido potrebbe pensarlo.

Quaini nel suo libro che consigliamo a tutti di leggere, fornisce delle vie d’uscita. Che non sono un inno al pauperismo ma una rimodulazione delle prospettive, un ripensamento dei modelli turistici. Che non può significare soltanto numero chiuso, ma deve affrontare seriamente l’equazione costi e benefici derivante dalla recente moltiplicazione delle presenze generata dalle crociere nel porto di La Spezia. Capire se la massa dei turisti di un giorno inciderà sui tempi di permanenza dei turisti che alle Cinque Terre cercavano ambiente, natura, verità, tempi e spazi giusti.

Perché la scelta può anche essere Disneyland ma a Disneyland non accade che turisti allo sbando vadano ad orinare nei portoni dei residenti.

Dopo tutte queste parole, la domanda: chi può ripensare le Cinque Terre?

Una politica di sinistra che non è ancora riuscita ad analizzare criticamente lo sfacelo sociale emerso dall’inchiesta Mani Unte? Una destra che parla di trasformare l’isola della Palmaria in una nuova Capri?

Qualche speranza resiste ancora. Gli esempi dei sindaci Franca Cantrigliani a Riomaggiore (la sua idea di dare in gestione per dieci anni la Via dell’Amore all’impresa che rimetterà in sicurezza la parete di roccia è l’unica idea concreta e percorribile formulata fino ad oggi aldilà di proclami elettorali e vuoti e ipocriti appelli contro la privatizzazione) e Emanuele Moggia a Monterosso al Mare promettono nuovi orizzonti. Ma solo se non saranno lasciati soli.

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