Liguria, perché oggi si gioca tutto qui

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Genova al centro di tutto. Qui ogni questione si comporrà o deflagrerà. Ad accendere la miccia è stata la condanna all’ex sindaca Marta Vincenzi: 5 anni per l’alluvione 2011. “È stata una condanna della politica”, ha detto lei. Se è vero, non basterà agli ex compagni di Vincenzi tacere, lasciarla sola. Il processo alla politica è cominciato a Genova e chissà dove finirà.
Di nuovo al centro dell’attenzione, non era più abituata la città dove furono inventati i bond secoli prima che a Wall Street. Dove nacquero le banche. Uno dei vertici del triangolo industriale dell’Italia del boom.
Eppure d’improvviso rieccola, Genova, centro di tanti nodi dell’Italia di oggi. Strano destino, per la città di Fabrizio De Andrè e don Andrea Gallo. Si gioca tutto domenica. Non soltanto la sorte di Matteo Renzi che, non è un caso, in un mese è venuto due volte per recuperare una roccaforte dove, nel Ponente operaio, il Partito arrivava al 70 per cento.
Ma per capire dove potrebbe andare il Pd serve forse più guardare a Genova che ai corridoi di Montecitorio. Così quando l’ex sindaco Giuseppe Pericu e i simboli della classe dirigente come Carlo Castellano (una volta nel direttivo Pd) si sono schierati per il “sì” non si capiva se fosse una prova di forza o di debolezza. Mentre in città centinaia di persone si radunano per il “no” nella Sala Chiamata dove si raccoglievano i camalli di Paride Batini e la comunità di don Gallo si schiera contro la riforma. Tra le famiglie della Genova bene ci si scambiano messaggi whatsapp per organizzare incontri e decidere con chi stare. Il “no” è forte, molto più di quanto si pensasse. Pesa anche la composizione del Senato renziano dove la Liguria avrà solo due senatori, uno ogni 750mila abitanti, un decimo della Valle d’Aosta.
Difficile dire se gli endorsement dei maggiorenti Pd – da Raffaella Paita a Roberta Pinotti – spingano la riforma o siano il bacio della morte. Stavano tutti con Bersani o Franceschini e si sono ritrovati con Renzi.
Intanto il sindaco Marco Doria, dato per defunto – il mandante era proprio il Pd che aveva già fatto fuori Vincenzi – non ha ancora sciolto la riserva sulla sua ricandidatura. Doria oggi è forte dei cantieri anti-alluvione finanziati dal Governo con oltre 300 milioni e del patto per Genova siglato proprio da Renzi. Altri 110 milioni appena promessi. Doria cui tutti si aggrappano oggi anche se probabilmente voterà “no”. Alle primarie intanto si è schierato soltanto Simone Regazzoni, filosofo nerovestito ed ex portavoce di Paita. Uno che nel suo Pantheon mette Clint Eastwood, che andava a presentare i libri a Casa Pound. Che oggi vorrebbe dipingersi come un Trump al pesto magari cavalcando la paura dei migranti che qui vedono la più grande colonia di ecuadoriani del mondo (17mila persone, quartieri come Sampierdarena ormai sudamericani): “La nostra regione è satura, sono già state superate le quote”. I dirigenti Pd lo guardano con un misto di sufficienza e di timore. Ma i concorrenti latitano, in attesa di capire se dovranno portare la fiaccola della vittoria o il cerino della sconfitta.
E l’alternativa? Di nuovo bisogna guardare a Genova. I Cinque Stelle, che pure alle politiche del 2013 erano il primo partito (32,1%), hanno perso la Regione e anche Savona. E ora per la scelta dei sindaci di Genova e La Spezia si stanno scannando. Paolo Putti, candidato nel 2012 e papabile per le prossime elezioni, lascia il Movimento: “Me ne vado, non mi ci riconosco più”. Così i grillini in Comune polemizzano con quelli in Regione, i genovesi con i savonesi e tutti insieme con gli spezzini.
Tra i litiganti si fa largo il governatore Giovanni Toti, schierato per il “no”. E rischia di inanellare il terzo colpaccio consecutivo: dopo la Liguria e Savona, potrebbe vincere anche Genova. Un sindaco di centrodestra in una città ancora di sinistra. Possibile. Tra i nomi che circolano quello di Edoardo Rixi, assessore regionale e vice di Matteo Salvini. Prove di intesa Forza Italia e Lega.
Genova-Italia, la classe dirigente e i cittadini – quella che una volta era la base – che procedono ognuno per conto proprio mentre la città va a bagno: chiude Piaggio aeronautica, Ericsson taglia. Carige, la cassaforte dei liguri, secondo il Financial Times è tra le banche a rischio se vincesse il “no”. L’età media – record italiano – è di 48 anni, su 2.539 iscritti all’ufficio di collocamento ben 2.000 hanno oltre 40 anni.
Eppure la vecchia politica assesta i suoi colpi di coda: alla guida del porto Toti ha voluto Paolo Emilio Signorini, già delfino di Ercole Incalza, re delle opere pubbliche travolto dalle inchieste. Eppure, tranne il M5S, tacciono tutti. Sta zitto il Pd che punta sul porto di La Spezia.
Tutti stanno a guardare Genova. Perfino la chiesa conservatrice del cardinale Angelo Bagnasco. Tutti aspettano. Ma la miccia è stata accesa.
*da “Il Fatto Quotidiano” di mercoledì 29 novembre 2016

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