LE LAMPARE

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Quando poi le vedi da vicino stenti a riconoscerle. Come trovandoti davanti la cicala che credevi fosse solo canto. La lucciola che si rivela così poca cosa – con le zampe incerte e le ali fragili – e ti pare impossibile sia proprio la scintilla viva che illumina le sere d’estate.

Se una volta navigando di notte finalmente le raggiungi, vedi un gozzo immobile sull’acqua. Mentre il motore va, va senza sosta, ma la barca non si muove di un centimetro ancorata com’è al fondale. Vuota. Il marinaio spesso non c’è, come se fosse caduto fuoribordo. E a poppa quel lume assurdo, a disegnare un cerchio chiaro – un metro, forse due – in mezzo a chilometri e chilometri di oscurità. Sotto lo scafo, però, l’acqua si fa trasparente, di smeraldo. Dal buio emergono saette d’argento, occhi e bocche spalancati, affamati di luce e di cibo. Nell’oscurità intravvedi ombre scure, spaventose, senti i tonfi d’acqua dei grandi pesci. Chissà… pesci luna, tonni, perfino squali, nuotano nel buio indistinto che cancella l’orizzonte e confonde acqua e cielo.
Ecco, le lampare. Sole falso per ingannare la vita che si affaccia smaniosa in superficie e trascinarla in un’altra tenebra. A sbattere la coda e le pinne contro il legno della coperta. A soffocare per la troppa aria che fa scoppiare i polmoni.
Ma se le guardi da terra quella piccola tragedia animale scompare. Resta il canto rauco del motore, interminabile e senza musica. Resta la luce che oscilla appesa alla catena.
Forse davvero è tutta una finzione; non ci sono pescatori. Qualcuno, chissà chi, ogni sera salpa da un porticciolo soltanto per portare al largo una luce e ricordarci che l’oscurità è un mare e si può navigare.

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