Ci sono giorni che ritrovi un gesto dietro ogni cosa. C’è ancora la mano di tua madre nella camicia piegata nell’armadio. C’è un’attesa posata sulla carta opaca del giornale lasciato aperto sul tavolo del bar. Perfino nella lattina abbandonata sul muro, nel biglietto dell’autobus che svolazza per la piazza e sale e scende e ancora si impenna. E ora stai camminando su per la creuza che porta non sai dove, ma avevi bisogno di andare su perché oggi tutto sale ed è fatica. Cammini e te li trovi ovunque intorno questi muri che non sembrano neanche muri da tanto tempo sono qui e sembrano esserci sempre stati. Nati con il monte, con il mare e appena dopo il cielo perché quello deve essere per forza arrivato un attimo prima. Milioni di pietre che a contarle sono più di qualsiasi ziggurrat e piramide. Muri senza pretesa di arrivare al cielo, di custodire dei e ascoltare preghiere. Forse soltanto imprecazioni. Nessuno saprebbe dire chi li abbia costruiti, non ci sono stati architetti né capomastri.

Muri senza tinta, senza affreschi; che a colorarli siano la valeriana, il timo perfino i rovi e la gramigna. Monumenti non per farsi ricordare, ma per lasciarsi dimenticare. Per celebrare la vita quotidiana.

Li hai visti ogni giorno, linee che segnano la montagna, che di sera raccolgono per un attimo un filo di luce dove in primavera crescono le ginestre. Già, le fasce. Una volta erano campi, oggi se va bene resta un prato grande quanto un terrazzo di città, buono per guardare verso il mare e distendersi sull’erba tra cardi e valeriana. Pietre, milioni di pietre. Ma oggi per la prima volta dietro a ognuna ritrovo il gesto che l’ha sollevata, l’ha incastrata con precisione tra sasso illuminato di quarzo e una scheggia di ardesia. E in mezzo una manciata di terra premuta che ti pare di vederci ancora il segno delle dita. Chissà quanta forza c’è voluta per tirare su il masso fino a quell’altezza. Sarà un giorno come oggi di maestrale con il temporale che piomba da Ponente o una mattina d’estate che non piegava un filo d’erba. Forse era un uomo solo o erano in due a passarsi il peso come un testimone senza pretesa di essere ricordati. Sarà passato un secolo, forse due, anche di più, ma nessuno si prenderà la briga di scoprirlo. Non c’è più il campo, nemmeno chi l’ha scolpito. Non c’è traccia delle case che abitava, dei sentieri che seguiva per arrivare fin qui dove ormai si sente il sibilo delle auto che corrono sull’autostrada prima di infilarsi sotto il monte. Resta il muro e resta la forza che ha sollevato il masso, imprigionata nella pietra finché un giorno ormai è certo cadrà per terra con un tonfo nell’erba. E così sia. 

2 COMMENTI

  1. Oltre a quanto detto, che è condivisibilissimo, sarebbero ancora una grande risorsa economica per un’agricoltura a chilometri zero, per un turismo di qualità e economico, per nuove / antiche professionalità.Noi nel Levante ne abbiamo a iosa.Basta guardare vecchie foto per capire.Sotto molti boschi ci sono ancora le fasce, quasi tutti fino a una certa altezza, ma sono poco cementificabili e quindi non interessano a chi ci governa.

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