IL PAESE SALE SUL PALCO

0
1195

Il paese sale sul palco. Il sipario si apre, la scena è spoglia: sei sedie, due musicisti, lo scrittore Gian Luca Favetto nel ruolo di Cicerone. E nella sala del teatro di Sori, alle porte di Genova, cala il silenzio. Sotto i riflettori non ci sono attori, non si recita Shakespeare. Ci sono la maestra, il contadino, il parroco, il vigile, il profugo, la bibliotecaria. Ventotto persone che fino a dieci minuti prima incontravi per strada. Ma soprattutto a calcare il palco c’è il paese. Una Spoon River, ma dei vivi. Si chiama Atlante del Gran Khan, autobiografie di una città con testi di Favetto e regia di Sergio Maifredi. Si parte da Sori – ribattezzata Iros – e si proseguirà con Enna il 27 maggio. Ma il sogno è di continuare il viaggio attraverso l’Italia. Certo, è stato un lavoro lungo. Mesi di incontri, interviste, confessioni. Un’opera teatrale, ma con lo scopo preciso di non recitare. Di mettere in scena e in gioco davvero se stessi. Un impegno duro per non lasciare spazio all’improvvisazione, ma anche per raggiungere la semplicità. L’essenziale. Un’impresa da far tremare i polsi: racchiudere una vita in 3.600 battute. Nello spazio di questo articolo deve starci tutto: l’infanzia, gli amori, i sogni, le delusioni. Quello che resta fuori sono la retorica, le commozioni e le lacrime facili da reality. Perché qui è una cosa seria. E Favetto è riuscito a conservare intatti la riservatezza e il pudore liguri. Gli stessi che ritrovi nella scena vuota, bianca e nera. Nei vestiti dei protagonisti che sono gli abiti della vita di ogni giorno: foulard, felpa, bermuda.
Esordisce Maria, impiegata: “Mio nonno era il fotografo del paese”. Non ci sono castelli, non ci sono re e principi. Ci sono i luoghi della vita di ogni giorno. Episodi soltanto apparentemente minimi. Come quando Maria racconta di Aldo, della prima volta che è andato a prenderla sulla sua 500 grigia. O quando Paolo, davanti a mezzo paese, confida: “Ho conosciuto mia moglie ai Bagni Savoia: Cristina era sull’altalena, io imitavo Fantozzi… Avevamo 5 anni”. Paolo racconta della bambina con il costume blu e il pubblico la cerca in sala. Palco e platea sono una cosa sola.
“Abbiamo lavorato mesi – spiega Favetto – ho incontrato decine di persone. Abbiamo parlato, bevuto. Ci sono stati momenti di grande emozione, di sofferenza anche. Non ci siamo taciuti nulla. Poi io ho raccolto ore di colloqui in testi brevi. I protagonisti sul palco non devono recitare perché non ci servono istrioni. Si sale sul palco e si legge la propria vita”.
Il paese di Sori somiglia alle Città invisibili di Italo Calvino. Le strade diventano percorsi, gli incroci luoghi dove si sono incontrate esistenze. Gli spettatori – gli abitanti, ma anche chi viene da lontano – vedono un paese diverso. Fatto di pietra e destini.
E ci sono anche la storia, le guerre, ma viste attraverso la lente del paese: “Io comincio in una città che si chiama Fiume. E scorre… Ovunque vada, io sono Fiume… Sono adolescente, quando capita l’8 settembre… 55.000 abitanti su 60.000 lasciano Fiume per rimanere italiani…”, racconta Rudi, 88 anni, un profugo istriano, “Salgo sul treno con uno zaino, 500 lire e il dizionario di latino… Io non appartengo più a quella città che ora si chiama Rijeka; devo tanto a Genova, ma non appartengo a Genova; devo tanto a questo posto, ma non appartengo nemmeno a questo posto qui, non appartengo a un luogo, sono profugo…”.
Le grandi migrazioni di oggi sono nelle parole di Carla, profuga dall’Angola che pochi minuti prima incontravi in piazza. E non immaginavi cosa aveva negli occhi: “I nonni e gli zii scappano nella foresta, noi saliamo in auto e scappiamo. Papà accende tutte le luci della casa e ci dice: salutate per l’ultima volta la vostra casa, il nemico sta arrivando…”. C’è chi racconta del sogno di pilotare aerei, chi parla di alberi o montagne. Non sono tutte esistenze felici, ma paiono compiute. E la musica che accompagna il percorso fa pensare che alla fine possa esserci un’armonia. Maifredi al termine aggiunge: “Sori ha 4.187 abitanti, 35 chilometri di strade, 32.407 finestre, 1.300 lampioni. Quello che tiene insieme tutto sono loro, le persone. Con le loro storie. Io ho bisogno degli altri per essere città”.
Le luci si riaccendono. La divisione tra attori e pubblico sparisce. Sono tutti gente di Sori e di Enna. “Dopo non ci si vedrà più nello stesso modo”, conclude Maifredi.
Ma a tutti, anche a chi non conosce Sori, resta una domanda: che cosa sarebbe della mia vita se fosse racchiusa in appena due fogli? Che cosa direi e cosa lascerei fuori?

DA “IL FATTO QUOTIDIANO” DI OGGI – 25 MAGGIO 2017

LASCIA UN COMMENTO