Vi consegno questi pensieri. Chissà che magari abbiano un senso e possano dare qualche frutto. Non c’è soltanto la politica. LE PAROLE SONO SEMPRE UN SEME.

Sono convinto che oggi abbiamo una grande occasione. Che mai come in questo momento gli ideali possano stare insieme con obiettivi concreti, concretissimi: lavoro (per le persone e le imprese), salute, ambiente, trasporti, istruzione e cultura.

L’economia e le risorse, per la prima volta negli ultimi decenni, vanno nella direzione delle idee che in tanti abbiamo seguito in questi anni.

Mesi fa un partito che aveva pensato di candidarmi alle Regionali 2020 mi chiese un appunto. Non è un programma. Alcune cose mancano, altre dovevano essere affinate. Sono idee utili anche a me per capire cosa pensavo.

E’ la Liguria che avevamo in mente.

Di seguito il pdf del programma e a subito dopo la foto il testo

INTRODUZIONE

Questo è un semplice appunto. Uno spunto. Per fare un programma ci vogliono tempo e impegno.

Le prossime elezioni non sono una scelta tra due candidati, ma tra due idee di Liguria. Per questo sono decisive. Decidono l’anima di questa terra e di noi liguri.

Per questo non devono essere elezioni contro Toti o contro Salvini. Sono elezioni ‘per’ qualcosa. Devono esprimere un’idea precisa e nuova della Liguria.

Deve nascere una nuova classe politica, ma chi governerà la Regione dovrà favorire un terreno fertile perché nasca una nuova classe dirigente anche nella vita civile e nel mondo dell’impresa e del lavoro. Non una classe dirigente fedele a chi comanda, ma capace di condividere le mete di chi amministra per il bene comune.

È una sfida che, se si vincerà la partita, dovrà coinvolgere tutti. E va molto oltre l’appuntamento elettorale.

Per questo credo che il programma dovrà essere essenziale. Massima chiarezza per capirsi e farsi capire dagli elettori. Per lanciare un messaggio netto e coinvolgere i cittadini. Cinque punti, come le dita di una mano: ambiente, salute, lavoro, trasporti e istruzione. La mano che le unisce è la partecipazione – che dovrà avere nuove forme – ed è l’assoluta trasparenza (dei finanziamenti, dei sostenitori e poi dell’azione di governo). La mano è anche la fiducia dei cittadini che si deve conquistare. Il resto viene di conseguenza.

NB –  IL TESTO DI UN PROGRAMMA SERIO RICHIEDEREBBE GIORNI DI LAVORO. E SOPRATTUTTO DOVREBBE NASCERE DOPO UNA DISCUSSIONE COMUNE E DOPO INCONTRI CON I CITTADINI E IL TERRITORIO. UN PROGRAMMA SERIO E RICCO NASCE FACENDO UN PERCORSO INSIEME. 

AMBIENTE

Quello che è mancato alla giunta Toti è un disegno. Un filo conduttore. Un’idea di Liguria.

L’idea che deve guidare il progetto di una nuova Liguria è l’ambiente. Questo è il nostro petrolio. Ambiente che non è soltanto quello naturale, ma anche quello umano. L’ambiente è il luogo dove tutti viviamo e che ci ospita. Sono anche le nostre tradizioni. L’identità. La solidarietà che tiene aggregato il tessuto umano e sociale.

Come ci dimostra la Germania, l’ambiente sarà anche il motore dell’economia. Non esistono ancora in Europa nazioni che abbiano deciso di puntare sull’economia green. E, ancor più, non esiste in Italia una regione che si sia specializzata in questo (a parte, forse l’Alto Adige). Esiste un enorme spazio da occupare, la Liguria può diventare la regione guida in questo settore. Tra l’altro le industrie green non richiedono grandi spazi.

In concreto. Puntare sull’ambiente significa prima di tutto votare piani territoriali a cemento zero (dopo il devastante piano casa di Toti che premia anche chi ha costruito abusivamente o in aree protette). Basta nuovi insediamenti. È essenziale per puntare su un turismo di qualità, che già oggi garantisce il 20 per cento del pil ligure e decine di migliaia di posti di lavoro. Zero cemento e nuovi parchi. A cominciare da quello nazionale di Portofino (respinto dalla giunta Toti, che in questo modo ha perso 20 milioni di euro di contributi) che unendosi quasi a quello delle Cinque Terre e al Santuario dei Cetacei diventerebbe un gioiello mondiale. Poi altre aree protette tra Beigua e Finalese (la giunta Toti invece ha tagliato 594 ettari di parchi regionali). Non servono tappeti rossi oppure ombrellini, quello è un turismo d’accatto. Serve un turismo evoluto che crei lavori nuovi e competenze.

Ma cemento zero non significa penalizzare le imprese, nemmeno quelle che lavorano nel comparto edilizio. Si può investire – in Sardegna la giunta Soru aveva ipotizzato di investire 250 milioni – nel recupero dei centri storici. Così si riqualificano i borghi della costa, ma soprattutto si investe veramente nella coesione tra costa ed entroterra. Le elezioni si giocano anche su questo: cancellare la divisione tra la Liguria di mare e quella oltre i crinali. Si potrebbe, per dire, lanciare un grande concorso internazionale per il recupero urbanistico e sociale dei centri dell’entroterra.

Le imprese edili liguri possono, devono essere coinvolte. Si tratta spesso di ditte di piccole e medie dimensioni che non sono interessate a grandi opere, a colate di cemento. Anzi, recuperare i nostri borghi consentirebbe di creare lavoro e competenze da utilizzare anche fuori dalla nostra regione.

Sviluppare, recuperare, senza costruire ancora. In una regione come la Liguria che ha il record di seconde case (fino al 70 per cento in alcuni comuni). Un fenomeno che danneggia la fisionomia dei paesi, la coesione e il tessuto sociale.

Senza dire che le nuove case fanno crollare il prezzo degli immobili, impoverendo chi ha investito i propri risparmi nell’acquisto di una casa.

Ancora: investire nell’ambiente, prevedere incentivi per le imprese green, significa attirare competenze. E puntare anche sulla ricerca e l’istruzione che devono essere motore essenziale di questo cambio di passo.

Cemento zero, cura del territorio. Sono soltanto i primi passi. Mentre si persegue finalmente un nuovo disegno green per la Liguria va approntato un piano straordinario per il Contrasto al dissesto idrogeologico, non a parole ma con una notevole budget finanziario, un piano permanente delle manutenzioni, incentivi e uso di strumenti tecnologici innovativi in collaborazione con istituti di ricerca e università. Non solo un costo, ma un investimento. Materiale e anche umano. Se la Liguria saprà affrontare in modo vincente la sfida per il riassetto idrogeologico maturerà conoscenze a livello teorico e di mano d’opera che potranno diventare eccellenza in un Paese dove 91 comuni su 100 hanno problemi idrogeologici.  

Impegni a lungo termine, altri molto più immediati. Come la realizzazione dei Piani regionali per l’energia, il clima e i rifiuti, che sono in scadenza nel 2020 e richiedono soluzioni innovative. Piani che possono indicare alle imprese la via da percorrere per rilanciare la loro attività cercando una nuova vocazione.

SANITA’

La giunta Toti ha condotto la sanità pubblica ligure al disastro. Nel 2018 la Liguria era fanalino di coda tra le regioni del Nord per i Lea (Livelli Essenziali di Assistenza garantiti ai cittadini). Esempio tragico sono i malati di cancro costretti a quotidiani pendolarismi in pullman per poter avere le cure che salvano la vita. In Liguria capita di attendere mesi la chemioterapia dopo una diagnosi di tumore. Mentre per compiere analisi ed esami ormai la lista d’attesa arriva anche a un anno e mezzo.

Ma è soprattutto l’emergenza Covid – con i disastrosi risultati della sanità ligure – a mostrare i limiti dell’azione del governo di centrodestra.

La giunta Toti intanto ha privatizzato già cinque ospedali e vuole creare un polo oncologico privato che ucciderebbe quello pubblico.

Ma andiamo con ordine, dai primi passi. Vanno ridefiniti il ruolo e la funzione dei medici di base, ormai ridotti a firma ricette. La debolezza della sanità di base, capace di intercettare i malati e indirizzarli verso le cure appropriate, è emersa anch’essa alla prova del virus.

C’è poi la prima cura della persona. L’attenzione per infanzia e famiglie. La stessa giunta ha cancellato, per dire, i consultori pediatrici, un vero gioiello dell’assistenza sanitaria ligure.

Assistere le persone, significa puntare molto di più sulla prevenzione (la Liguria investe in questa voce la metà di quanto previsto a livello nazionale). Puntare sulla prevenzione significa offrire maggiori possibilità di guarigione, ma anche limitare i costi. Se si previene si riducono i costi dell’ospitalizzazione e quelli dei farmaci. In un’epoca in cui il costo delle nuove terapie – soprattutto gli anti-tumorali – rischiano di portare al tracollo il sistema sanitario.

Sanità pubblica quindi significa anche coesione sociale, solidarietà, cura di chi rimane indietro e soffre. Occuparsi della sanità pubblica – la prima voce di bilancio di una regione – deve essere chiara priorità della nuova giunta. E contribuisce a definire l’identità della coalizione. Ma anche l’identità di una regione.

In pratica. Occorre subito riequilibrare la sanità verso il pubblico. Oggi le strutture private svolgono i servizi più remunerativi, lasciando al pubblico le prestazioni in perdita. Una logica che va capovolta.

Molti risparmi si possono fare snellendo la struttura sanitaria amministrativa che la giunta Toti ha reso elefantiaca: è stata creata Alisa, agenzia sanitaria centrale, ma sono state mantenute quelle esistenti. Duplicando le spese e moltiplicando il personale amministrativo.

Occorre investire molto di più sulle risorse umane. E qui, più che una questione di denaro, è una questione di buone pratiche. Devono essere attirati i migliori professionisti dalle altre regioni. E si deve evitare la perversa pratica della lottizzazione della sanità.

Serve un disegno chiaro nei nuovi discutibili progetti che si stanno portando avanti: il rifacimento del Galliera, il polo sanitario degli Erzelli. Iniziative disegnate secondo bisogni immobiliari, più che sanitari.

Ma c’è anche da affrontare il nodo della crisi della Liguria: l’anzianità della popolazione. Un terzo dei liguri sono ultrasessantenni. Una regione moderna e attenta agli ultimi può varare un ambizioso piano per cambiare il modello di assistenza ai vecchi che oggi è incentrato sulle case di riposo. Gli ospizi. I modelli alternativi non mancano: nel nord Europa soprattutto è sviluppato il cohousing per anziani che così possono vivere in una casa ‘loro’ se pure condivisa con altri. Ma anche a Genova la comunità di Sant’Egidio, solo per fare un esempio, ha messo in piedi una rete di assistenza diffusa che ha in carico mille persone. Qui vale la pena ricordare un dato: se in alcune Rsa liguri i contagiati da Covid sono arrivati anche al 30 per cento, tra gli anziani di Sant’Egidio si è registrato una vittima su mille persone.

L’età avanzata della popolazione è il punto debole di ogni tentativo di rilancio sociale ed economico della regione. La vulnerabilità, però, può essere rivolta in risorsa, se non in punto di forza. La Liguria – rafforzando l’alleanza tra amministrazione, università, impresa e terzo settore – può diventare luogo di eccellenza per lo studio della terza età, delle cure dei disturbi e delle patologie legati all’anzianità. Ma anche, coinvolgendo appunto il terzo settore, regione guida per elaborare nuove forme di assistenza e di coinvolgimento degli anziani nella vita sociale. Così la ricerca, la cura, l’assistenza e, di nuovo, la partecipazione potrebbero stare insieme. Coinvolgere tutti e richiamare giovani talenti, nuove imprese.

La Sanità, oltre a garantire un’assistenza migliore a tutti, può diventare un motore per la ricerca e l’occupazione.

Sanità significa anche uguaglianza. Significa cancellare il muro invisibile tra città e periferie. Periferie non solo urbanistiche, ma anche sociali, nascoste nei centri delle città: tra il ricco quartiere genovese di Albaro e le periferie di Genova e Savona c’è  una differenza anche del 40 per cento nella mortalità per patologie legate all’inquinamento.

Nelle periferie la Sanità deve avere antenne molto attive: dai medici di base a una rete di consultori e laboratori pubblici diffusa. Senza dimenticare la necessità di realizzare finalmente una ricerca epidemiologica sulla salute dei cittadini.

TRASPORTI

Prima di andare a incastrarsi nei temi come la Gronda e il Terzo Valico (ormai avviato) occorre migliorare l’esistente e assolutamente completare la rete ferroviaria.

Anche se, va premesso, il primo tratto della Gronda – il più importante per il porto – potrebbe partire praticamente subito e vede quasi tutti concordi.

La giunta Toti a proposito di trasporti non ha fatto NIENTE. A parte inventarsi due treni frecciabianca verso Roma e Venezia, che peraltro non hanno portato vantaggi seri nei tempi di percorrenza e nell’offerta ai viaggiatori. Anzi, è stata dimenticata la categoria dei pendolari – intra città e da una città all’altra. Un discorso che ha ricadute enormi: sull’inquinamento, ma anche sul lavoro e sull’istruzione, perché muoversi con facilità garantisce occasioni di occupazione e di studio.

In pratica. Occorre moltiplicare l’offerta di trasporto locale con treni nuovi, frequenti e affidabili. E occorre incentivare il trasporto pubblico su gomma (ma anche studiando la realizzazione di metropolitane di superficie). Quindi occorrono nuovi mezzi, ma anche percorsi protetti. E occorre, come in Emilia Romagna, immaginare agevolazioni tariffarie soprattutto per studenti e anziani.

Occorre, sfruttando la presenza a Roma di un governo amico, fare pressioni su Ferrovie. Questo è il punto chiave di ogni programma sui trasporti in Liguria: il nodo ferroviario di Genova, che doveva essere completato due anni fa, è ancora in alto mare. E’ un’infrastruttura essenziale per il trasporto di persone e mezzi. Deve avere la precedenza assoluta. Così come il raddoppio della linea a Ponente, dopo Savona. Prediligendo forse progetti – più rapidi, meno costosi e impattanti – di raddoppio della linea esistente rispetto a nuove linee a monte che richiederebbero decenni. Nella vicina Costa Azzurra le ferrovie francesi hanno agito così.

Ma è essenziale avviare subito i lavori per migliorare la linea tra la Liguria, Milano e la direttrice che viene dal Piemonte. I progetti per la linea prima e dopo Tortona sono in parte già progettati e anche finanziati. Devono avere la precedenza.

E qui il tema del trasporto si incrocia con quello del lavoro e dello spopolamento. Se andare a Milano richiede quasi due ore, mentre con una linea moderna si potrebbe scendere a poco più di un’ora, significa che chi ha contatti frequenti di lavoro con la Lombardia deve emigrare.

Ma investire nei trasporti significa anche pensare a una vocazione nuova per l’aeroporto di Genova, quello del nord Italia con i minori tassi di crescita (conta 1,5 milioni di passeggeri, meno della metà di Treviso e Verona, per dire). Schiacciato com’è tra Milano, Pisa e Nizza e con un bacino di utenza non adeguato. Qui il discorso si fa molto più ampio. La Regione, tra l’altro, ha anche qualche competenza di ‘politica estera’. Genova e la Liguria possono diventare punto di riferimento dei trasporti – tutti – con i paesi del bacino mediterraneo. L’Africa nei prossimi decenni sarà uno dei mercati con la massima espansione al mondo. Una vocazione che deve essere chiara e che potrebbe avere ricadute sul porto, sui traghetti, le crociere. E appunto l’aeroporto. Pisa, per esempio, ha registrato margini enormi di crescita perché ha investito sulle linee verso i paesi dell’Est. Genova e la Liguria potrebbero puntare a Sud.

E qui si possono immaginare altri meccanismi virtuosi: come il coinvolgimento dell’università, così a corto di studenti, negli Erasmus con i paesi africani.

Sarebbe poi molto interessante investire sui trasporti pubblici via mare. Qualcosa esiste già, si può fare molto di più, soprattutto a Genova dove i battelli potrebbero collegare quasi un estremo all’altro della città passando nelle acque protette del porto. Anche qui il mezzo di trasporto offrirebbe un servizio ai cittadini, ma sarebbe anche una grande attrazione turistica. 

C’è infine da dire dei mezzi di trasporto minori. Come le biciclette (soprattutto adesso che sono previsti incentivi per l’acquisto). Un programma serio potrebbe puntare su investimenti importanti per le piste ciclabili. Sia lungo la costa che all’interno della città. Una pista ciclabile che arrivi da Ponente e Levante non solo consentirebbe di avere un impatto significativo sul traffico urbano a brevissimo raggio, ma sarebbe di grande impulso per il turismo. Tutto si tiene.

Grandi interventi, prima ancora che grandi opere. Ma anche soluzioni semplici da adottare, con costo limitato. Ma capaci di avere grande risonanza e valore simbolico per la popolazione. Per esempio: prevedere aree di sosta e parcheggi riservati per le donne incinte, così mostrando che la Liguria è un luogo ospitale per chi vuole far nascere una famiglia. Ma anche: ipotizzare la nascita di trasporti privati condivisi, una sorta di bla bla car, ma riservato ai genitori che portano a scuola i figli. Non cinque auto per cinque figli, ma una sola con tutti i figli a bordo, magari con la possibilità anche di utilizzare corsie preferenziali.

LAVORO

Non ci si salva da soli. Non ci devono essere contrapposizioni, perché in un momento di crisi così profonda per la Liguria i destini degli uni sono legati a quelli degli altri. Così i lavoratori non vedranno certo negli imprenditori degli avversari; ma è altrettanto vero che le imprese non possono sperare di svilupparsi se i dipendenti non godono di condizioni di lavoro e di salari degni. I modelli più riusciti di azienda-comunità, come la Luxottica di Agordo con i suoi piani di sostegno per i lavoratori e le loro famiglie, ne sono un esempio.

L’Italia è l’unico paese dell’area OCSE nel quale il reddito pro-capite negli ultimi vent’anni non è cresciuto. Non deve quindi stupire la sfiducia e la rabbia dei cittadini nei confronti delle élites culturali ed economiche e della politica tradizionale poiché le loro ricette economiche non hanno funzionato. Negli ultimi 5 anni la Liguria si è posizionate tra le peggiori regioni italiane e, con l’eccezione della piccola e non confrontabile Valle d’Aosta, la peggiore regione del Nord. Alcuni dati, a titolo di esempio: Il pil tra il 2012 ed il 2017 (variazioni medie annue): Liguria: -0,2%, Lombardia +0,9%, Piemonte +0,5%, Nord-ovest +0,7%, Italia +0,4%, Media europea +1,8%. Il tasso di disoccupazione tra il 2012 ed il 2017: in Liguria aumenta dall’8,3% al 10,1%, in Piemonte cala (da 9,3% a 8,4%), in Lombardia cala (da 7,5% a 6,1%), in Italia resta stabile (a 10,8%).

Sono numeri severi perché rendono difficile il compito di chi governerà. Allo stesso tempo, però, sono una radiografia del fallimento della giunta Toti che nulla ha fatto per migliorare la situazione. Chi ha governato la Liguria negli ultimi cinque anni è rappresentante di una classe politica (Forza Italia, solo recentemente ‘tradita’ da Toti) che ha fallito clamorosamente sia a livello nazionale sia locale. Se è vero che le cause del declino ligure hanno origini ancora più lontane, è altrettanto vero che Toti non solo non ha fatto nulla per arrestarlo ma anzi ha peggiorato notevolmente la situazione economica e industriale della regione.

Cosa fare per invertire questo trend decennale negativo? Serve un grande disegno di politica economica che non lasci fuori nessuno e indichi quale siano i veri talenti della Liguria su cui puntare; al posto delle passate politiche rivolte solo a salvaguardare gli interessi di pochi, troppo spesso finanziatori di campagne elettorali.

Industrie green, si è detto. Competenze nuove nel recupero ambientale e urbanistico.

Non solo: le principali linee strategiche di questo disegno dovranno sostenere tutta l’industria pulita sulla frontiera tecnologica (sfruttando le eccellenze rappresentate dall’IIT, da molti dipartimenti dell’Università di Genova, dalle molte PMI altamente tecnologiche e da alcuni gruppi industriali di livello internazionale).

La Liguria è afflitta dalla mancanza di spazi, ma esistono ancora molte aree dismesse e non riutilizzate. Una politica seria, insieme regionale e comunale, può individuare nuove destinazioni, immaginare distretti con vocazioni precise.

Ma occorre, appunto, puntare sulle peculiarità della nostra regione. Non disperdere un patrimonio di saperi che è anche parte della nostra identità. Essenziale sarà salvare e promuovere le competenze artigianali (un investimento necessario anche per salvaguardare il tessuto commerciale e sociale delle nostre città e dei paesi).

Artigianato, quindi, ma anche l’agricoltura (meriterebbe un discorso a parte il record di ritardi della Regione Liguria nello spendere i fondi comunitari per agricoltura e progetti ambientali). Quindi la cura del territorio, il presidio delle zone dell’entroterra ormai disabitate, ma anche il turismo che non cerca ombrellini e tappeti rossi, ma una cucina di qualità che è patrimonio culturale della Liguria. La nuova amministrazione dovrà promuovere un piano del turismo integrato che valorizzi tutti i territori della regione, favorendo la fruizione di uno dei patrimoni artistici, culturali e paesaggistici più belli d’Italia: i turisti non devono fermarsi a Genova, a Savona, a Portofino. Possono conoscere le ricchezze dell’entroterra, dalla valle Argentina, del Beigua, della val Fontanabuona come di Varese Ligure. È tutta Liguria.

Una sola Liguria.

Non si può cedere al modello turistico del centrodestra, con la Liguria ridotta a un luogo dove andare al mare. E ai liguri trasformati “in popolo di affittacamere”, come dice lo scrittore Maurizio Maggiani. L’offerta turistica deve essere molto più articolata e collegata.

ISTRUZIONE E RICERCA

Ma il tema del lavoro non può prescindere dai porti che da soli valgono oltre l’11% del pil e l’8,4% dell’occupazione. Qui la Regione ha competenze limitate, ma importanti. Può contribuire a un disegno dell’economia ligure che apra a nuovi traffici, per esempio, si è detto, verso l’Africa. Occorre trovare una via ligure, che sappia mettere insieme l’apertura al mondo con le  conoscenze maturate qui nel corso di secoli.

La Regione poi può avere una voce importante sulle concessioni. E qui si apre la grande partita delle concessioni affidate senza gara, magari a imprenditori che hanno finanziato le campagne elettorali di un governatore.

C’è anche il capitolo delle infrastrutture. Avviato il Terzo Valico occorre pretendere da Ferrovie e dallo Stato un rapido impegno per completare le linee verso la Francia. Ma c’entra anche la partita delle concessioni autostradali: la Genova-Milano richiede immediati interventi per rendere il traffico più veloce e sicuro.

Ma c’è di più. Qui il tema si intreccia con quello dell’istruzione e dei saperi. E tocca una questione ancora più grande: la vocazione della città. Che non può tralasciare il MARE.

La Liguria ha i porti, ha Fincantieri, aveva una delle più prestigiose facoltà di università navale del mondo e aveva alcuni tra i migliori istituti nautici italiani. Ha avuto e ancora ha – tra lo spezzino e il savonese – alcuni tra i più rinomati cantieri navali per yacht. Non può accadere – come la giunta Toti sta lasciando che avvenga – che la speculazione immobiliare degli Erzelli non comprenda la realizzazione di una vasca navale all’avanguardia. Agli Erzelli, per tenere in vita un’iniziativa privata, lo Stato si prepara a investire 300 milioni di euro. Eppure la vasca navale è stata cancellata dai progetti. Gli ingegneri navali dell’università e di Fincantieri sono costretti a usare quelle del Nord Europa. Follia.

Intanto ingegneria navale è stata ridimensionata, spacchettata. Deve invece diventare un’eccellenza, in  costante contatto con Fincantieri e con le industrie private del settore.

Genova, Savona e La Spezia sono una miniera inesauribile di sapere in ambito marittimo. Parliamo di saperi scientifici, ingegneristici, ma anche legali, economici, finanziari. Eppure non sono messi a sistema. Nessuno ha mai pensato di far nascere a Genova una grande Università del Mare. Sarebbe anche un’occasione di rilancio dello storico ateneo: Genova, sesto comune italiano per popolazione, non ha nessun mega ateneo (quelli con oltre 40mila studenti). E nella classifica di quelli grandi (da 20 a 40mila studenti) l’università di Genova galleggia nelle posizione medio-basse (decimo su quindici). 

Ma la Regione, nei limiti delle sue competenze in materia di istruzione, deve finalmente puntare sull’istruzione pubblica. Di tutti gli ordini e gradi. La Liguria è al nono posto in Italia per abbandono scolastico. Ed è addirittura terza per l’abbandono tra scuole medie e scuole superiori. Una regione che con i comuni realizzi una rete efficiente di servizi sociali deve intercettare i ragazzi che lasciano la scuola. Non solo: soprattutto in una regione con un gran numero di piccoli comuni, spesso mal collegati, occorre garantire a tutti i bambini la possibilità di raggiungere una scuola decentemente vicina. E comunque di poter usufruire di mezzi di trasporto adeguati.

Occorre anche pensare a scuole superiori e di qualità che possano raccogliere i ragazzi delle zone meno accessibili. Magari istituti che sfruttino le specificità dei luoghi offrendo così un contatto con il mondo del lavoro (istituti agrari, professionali e artigianali).

E qui si tocca un altro nodo che le amministrazioni di centrodestra non hanno saputo affrontare con qualche risultato: l’alternanza scuola lavoro. Forse proprio perché non si è cercato di ‘coordinare’ adeguatamente l’offerta scolastica con la domanda di lavoro che varia da zona a zona.

ALTRI PUNTI ESSENZIALI DEL PROGRAMMA

Ci sono poi altri punti essenziali del programma. Che si tengono spesso tra loro, come il contrasto al gioco d’azzardo legalizzato e la lotta senza quartiere alla criminalità organizzata. Due fenomeni che tanto contribuiscono alla disgregazione del tessuto sociale e a rendere periferia umana intere zone del territorio ligure.

SLOT E AZZARDO LEGALIZZATO

La regione Liguria era stata la prima in Italia a legiferare per il contrasto all’azzardo, una malattia che ogni anno costa agli italiani più di 100 miliardi di euro. La giunta Toti ha prima rinviato l’applicazione della norma e poi la ha definitivamente cancellata lasciando che chiudessero negozi di vicinato e botteghe storiche, sostituite da sale giochi e sale slot dove centinaia di famiglie si rovinano ogni anno e dove prosperano usura e criminalità organizzata come testimoniato dai centri anti usura che tentano di sostenere i cittadini in difficoltà.

Si dovrà subito mettere mano a quella decisione e varare nuove norme che limitino il fenomeno e sostengano le persone colpite da ludopatia e le loro famiglie.

La lotta all’azzardo è essenziale per il contrasto alle nuove povertà soprattutto in una regione come la Liguria dove si spendono 1,9 miliardi l’anno per i giochi, addirittura 1.215 euro per abitante. Una spesa che per apparente paradosso si concentra nei comuni e nei quartieri più poveri. In quelli con un tessuto sociale più disgregato come quelli del primo entroterra (vedi Savignone che ha il primato di scommesse pro capite).

Ma c’è, appunto, anche il legame con la criminalità organizzata. Le inchieste sulla ndrangheta e la camorra hanno portato a scoprire che ogni singola macchinetta può fruttare fino a 14mila euro al giorno alla criminalità organizzata.

La riforma è pronta. Deve essere ritoccata, resa ancora più stringente. Ma va avviata subito, anche aiutando i gestori a riconvertire la loro offerta. Magari, come è stato fatto in alcuni comuni, proponendo sgravi fiscali a chi rifiuta di installare slot nel proprio locale.

LOTTA ALLE MAFIE

“Imperia è la sesta provincia calabrese d’Italia”, ha detto Rosy Bindi quando era presidente della Commissione Antimafia. Un quadro confermato dalle ripetute inchieste delle procure (Alchemia, tra le altre) da cui sono emersi preoccupanti contatti tra esponenti di famiglia ndranghetiste ed esponenti politici, soprattutto del centrodestra. Per non parlare dei comuni sciolti per mafia (Lavagna, per dire).

Un fenomeno tragicamente sottovalutato dalla classe politica, basta vedere i programmi del candidato vincitore alle ultime elezioni comunali di Ventimiglia dove la lotta alla ndrangheta veniva liquidata con un accenno a pagina 60, perfino dopo la proposta di creare spazi per cani sulle spiagge cittadine.

E bisognerebbe anche citare il silenzio della giunta Toti in proposito, per non dire che proprio oggi una coordinatrice del suo partito ‘Cambiamo’ è stata arrestata con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso.

La lotta alle mafie deve essere uno dei punti cardine della politica della nuova giunta regionale. Deve essere prima di tutto una rivoluzione di metodo che deve partire da una selezione severa dei candidati consiglieri, soprattutto quelli provenienti da zone a rischio infiltrazioni. Di più: sarà essenziale reclutare tra i candidati anche persone che abbiano dimostrato un forte impegno nella lotta alle mafie. Così come sarà importante riuscire a reclutare la parte sana della società civile e anche della comunità calabrese dell’estremo ponente.

In pratica. La lotta alle mafie passa dalla creazione di una delega specifica per un assessore. Da commissioni apposite in consiglio regionale. Ma serve anche lanciare segnali forti, pubblici, a cominciare da una profonda e costante collaborazione con le forze dell’ordine presenti nelle zone più a rischio. Così come saranno necessari controlli ben più severi sugli appalti, sul loro ammontare e sulle ditte cui vengono affidati con ricorrenza sospetta.

Servono scelte simboliche: giunte tenute sul territorio, assessori presenti nelle zone infiltrate, consiglieri radicati sul territorio. Serve un cambiamento di spirito in chi amministra e nei partiti che sostengono la maggioranza (che avranno in questo anche occasione di radicarsi di nuovo sul territorio in zone che spesso non sono più presidiate dalla politica).

Ma serve anche una politica di lungo termine che incroci tutti i temi cardine del programma. A cominciare dall’istruzione, perché la mentalità mafiosa e la fedeltà alle ndrine nascono nell’infanzia. Ma vale anche la salute, intesa come assistenza sociale che riceva mezzi adeguati e possa intercettare il disagio che fornisce manovalanza alla criminalità. Soprattutto la lotta alle mafie nasce dal lavoro e dall’economia. Individuando i settori – tra l’altro più insidiosi per ambiente e salute – in cui le mafie si annidano e da cui ricavano i loro profitti: cemento, riciclaggio dei rifiuti (anche tossici) e movimento terra. Una regione che punti su industrie ad alta tecnologia fa nascere competenze che allontanano i giovani dall’emarginazione. Ma anche il recupero di professioni tradizionali – artigianato e agricoltura – oltre a preservare l’identità dei luoghi e a promuovere il turismo, riduce il rischio di infiltrazioni in attività non appetibili per la ndrangheta. 

TRASPARENZA TOTALE E PARTECIPAZIONE

La Giunta Toti ha brillato per scarsa trasparenza. La ‘trasparenza totale’ potrebbe essere un grande elemento di rottura. Per la campagna elettorale, ma anche quando si arrivasse ad amministrare la regione.

Trasparenza nei finanziamenti, nelle nomine, nel processo amministrativo. Anche in questo la Liguria potrebbe avere un primato. Può essere utile studiare il modello fornito da altri paesi, soprattutto quelli del Nord Europa. In Scandinavia con un semplice clic è possibile conoscere non soltanto il curriculum di chi ci governa, ma come ha votato, quante presenze ha registrato in aula, quanto ha speso per le trasferte e le missioni, chi lo ha finanziato. Si può prendere visione dell’agenda di presidenti e ministri, addirittura visionare le lettere che ha ricevuto. Ma si può pensare anche a rendere pubblici – davvero pubblici e facilmente consultabili, non nascosti nelle pieghe dei siti – gli stati patrimoniali degli eletti e degli assessori, le loro proprietà e partecipazioni societarie.

Lo stesso potrebbe valere per le procedure di selezioni dei dirigenti, per i consulenti che si volessero reclutare, per le persone scelte per le nomine di competenza della regione.

Su questo punto si potrebbe avere un grande vantaggio di immagine, e di sostanza, sugli avversari che hanno sempre manifestato opacità e difficoltà a rendere pubbliche le informazioni.

TECNOLOGIA E CITTADINANZA

Una app di cittadinanza per i liguri. Ormai è possibile. E’ possibile coinvolgere i cittadini nella vita e nell’amministrazione della loro terra. Come? Pensando di inviare ogni giorno notifiche che informino sui provvedimenti che la Regione deve prendere, sui risultati delle votazioni, sui nuovi servizi offerti, sui fondi che sono stati stanziati, sui bandi, sui progetti europei.

È possibile anche pensare a forme non vincolanti di consultazione della volontà popolare su argomenti che la Regione si accinge ad affrontare.

Si può anche pensare a forme di aggiornamento online dei cittadini sulle competenze della Regione e sulle linee politiche che intende seguire.

Democrazia rappresentativa, ma partecipazione molto più profonda. E consapevolezza.

Si può fare subito, con un investimento limitato. 

ASSESSORE ALLE BUONE PRATICHE

Imparare dagli altri si deve. Si potrebbe allora pensare a un assessore con questa competenza specifica: cercare in Italia e nel mondo le buone pratiche. Come hanno fatto le città più virtuose a raggiungere i massimi livelli di smaltimento di rifiuti (la Liguria era ferma al 40 per cento)? Come hanno fatto i comuni olandesi a incentivare forme di bike sharing? Come funziona il trasporto pubblico via acqua a Vancouver?

Dal mondo arrivano esempi straordinari di buone pratiche. Copiare si può.

Allo stesso modo si dovrà pensare a garantire una presenza fissa della Regione a Bruxelles per intercettare finanziamenti decisivi per il bilancio locale. Non uffici faraonici e costosi, ma funzionari capaci.

Per restare liguri occorre essere più aperti all’Europa e al mondo.

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