Il tema grandi opere è certamente fra i più caldi e discussi. L’intervento che ospitiamo, scritto da uno dei membri del comitato organizzativo di “Sì, Genova vuole sviluppo!” non rappresenta la linea di questo blog (sempre ammesso che questo blog abbia una linea) ma crediamo sia utile al dibattito.

Volevo innanzitutto ringraziare “Liguri Tutti” per avermi dato l’occasione di chiarire una questione che, al di là dei fatti contingenti, può essere di una certa importanza per il futuro dialogo tra le realtà civiche e le forze politiche moderate e progressiste liguri.

In primo luogo, ricostruiamo la vicenda che ci porta fino a qua. Il 13 ottobre scorso ci fu una manifestazione chiamata “Riprendiamoci Genova”, nata sull’onda emotiva del crollo del Ponte, dove si chiedeva che la città e il suo territorio si dotassero di un “piano di sviluppo strategico” a medio-lungo periodo, e che si rivedesse il sistema di finanziamento delle istituzioni locali (Città Metropolitana, Regione, Autorità Portuale) prevedendo che il 10% delle imposte generate dal traffico portuale (circa 500mln a Genova; oltre 700mln in Liguria) restasse a loro disposizione. Quella manifestazione, a cui parteciparono oltre 3.000 persone, fu organizzata da Camilla Ponzano, Filippo Biolé e il sottoscritto.

A seguito di quel momento di mobilitazione l’OCSE ci ha invitati a Parigi per l’avvio di una serie di dialoghi informali – che tuttora proseguono – in vista di una possibile “Territorial Review” dedicata all’area metropolitana genovese; una cosa di cui abbiamo parlato sul numero 6 de “La città”, attualmente in edicola e in libreria.

Sempre a seguito di quella manifestazione, tra le altre cose, siamo entrati in contatto con le c.d. madamin di Torino, le quali ci hanno cercato in quanto “colleghi” di società civile nell’organizzare mobilitazioni cittadine. Secondo un’interpretazione diffusa – condivisa ad esempio da “La Repubblica” – la piazza di Torino del 10 novembre è stata la prima grande manifestazione di opposizione all’attuale Governo: certo, pesò molto la decisione del Comune di Torino relativa alla Tav, ma le istanze furono e sono più apie, e includono la dignità del lavoro, il valore dell’Europa, il concetto generale di sviluppo. Una piazza trasversale – di centro, se vogliamo usare categorie antiche – certamente contraria alle maldestre iniziative pauperistiche a 5S, ma anche alle forzature populiste del socio leghista.

Posso dire, per quanto mi riguarda: non è la mia piazza naturale. Tra gli anni 2007 e 2012 fui tra i pionieri degli studi economici contemporanei sulla decrescita – vedi alcuni articoli, confluiti in parte nel libro “La ricchezza delle persone” – sono stato il relazione con alcuni dei principali teorici, da Latouche a Martinez- Alier, al vecchio Grinewald (autore del fondamentale “La décroissance” del 1979) e ho quindi contribuito all’elaborazione degli argomenti che costituiscono la base della critica alla piazza delle madamin. Perché dunque ho guardato con interesse a quella manifestazione e disertato quella dell’8 dicembre, contro la TAV e le grandi opere inutili?

Andiamo avanti. Lo scorso 14 dicembre il gruppo promotore di “Riprendiamoci Genova” assieme alle madamin, scese a posta da Torino, ha annunciato una nuova mobilitazione da tenersi a Genova il 20 gennaio, a favore dei temi generali della necessità dello sviluppo, della dignità del lavoro e della connessione con l’Europa, da ricondursi in ambito locale nella reiterazione delle istanze già presentate il 13 ottobre. Questa mossa aveva lo scopo – piuttosto centrato – di far arrivare la chiamata a tutti i corpi intermedi genovesi, dai sindacati alle associazioni di categoria agli ambienti imprenditoriali, che fino ad allora avevano tenuto una posizione attendista di fronte ai movimenti civici genovesi, in attesa che si chiarisse la trattativa col Governo, “che maniman si ci la zappa sui piedi”.

L’apparentamento con le signore torinesi serviva dunque a spronare la comunità economica cittadina a emulare quella di oltre Appennino in quanto a compattezza e determinazione, e a niente altro. Volerci vedere una connessione in quanto a stile e temi specifici è pertanto un inutile esercizio di divisionismo. La manifestazione è ancora tutta da costruire, partendo dalla cittadinanza assieme ai corpi intermedi, per arrivare a un manifesto di rivendicazioni che possa includere idealmente tutta cittadinanza non d’accordo che l’attuale bicolore governativo. È un lavoro appena cominciato, e non promette male.

Invece cosa succede. Una parte degli ambienti della sinistra ecologista, naufraghi dell’epoca Doria, e del grillisimo scissionista, invece di vedere con interesse alla possibilità di influire nella realizzazione di un piano di sviluppo strategico, o di galvanizzarsi alla prospettiva di istituzioni locali meglio finanziate – ovvero, in potenza, più in grado di porre in atto politiche di transizione a un modello socio-economico migliore – o ancora di gioire nell’intravedere sindacati e categorie produttive marciare insieme in un raro momento di confluenza di interessi, invece di tutto ciò perde la testa e si abbandona alle più becere esternazioni (“che se ne tornino a Torino, le madamine”), e va all’attacco di chi è artefice dell’operazione, ovvero Ponzano, Biolé e il sottoscritto.

È doloroso ma importante vedere in nome di cosa viene sferrato l’attacco. (Prendo ad esempio una conversazione specifica, ma si potrebbe scegliere tra molte). “Se si voleva fare opposizione al Governo si poteva puntare a smascherare il grande inganno della svolta securitaria di Salvini, della ‘Quota 100’ , nel provare a proporre un modello diverso di accoglienza e gestione dei flussi migratori (…) ma questo non avrebbe certo garantito il medesimo successo che questa futura manifestazione avrà”, scrive Stefano Camisasso, già M5S della prima ora, ora critico col Movimento. Come se noi fossimo Amnesty International o un sindacato, e non una realtà civica che si occupa di invertire il declino del territorio. Come se il mio collega Biolé non facesse da anni battaglie sui diritti umani, contro ogni forma di discriminazione. Ma tant’è: “Certo, più facile radunare le persone così, allineandosi con il mainstream che propone l’equazione ‘Grandi opere = Sviluppo’, senza un pensiero, un ragionamento un’idea nuova”. E già.

Va dunque all’attacco Cristina Camisasso, sorella di Stefano, anche lei di area M5S: “la Val Polcevera è ricca di infrastrutture viarie e ferroviarie, un dedalo di strade ponti viadotti e linee ferroviarie, illogiche e in surplus aggrovigliate tra loro. Il crollo del Ponte ha isolato la vallata. Detto questo mi pare quindi, ma non sono esperta, che aggiungere e aggiungere senza razionalizzare, fare ‘ordine’, provochi solo ulteriore danno (Gronda e Terzo Valico)”. Ovvero, noi chiediamo un piano di sviluppo strategico e veniamo accusati di non voler “fare ordine”. Sarà. C’è poi anche chi trova assurdo – e forse pernicioso – che si cerchi la collaborazione di OCSE e di alte competenze internazionali per immaginare la Genova del 2030, come Alfredo Perazzo – ingegnere di area pentastellata – che scrive: “sono rimasto basito perché un piano di sviluppo strategico a medio lungo periodo ci sarà a breve e si chiama PUMS”. Certo. Non manca neppure chi è pronto già a condannare il futuro piano (ancora Cristina Camisasso): “un piano di sviluppo della città che si basa sull’ossimoro che una grande opera porti lavoro…beh, restano proprio le madamin a crederlo”. Preveggente, sa già cosa vi sarà scritto.

La soluzione in realtà ci sarebbe e non mancano di suggerircela: invece di sfruttare l’endorsment di “Sì, Torino va avanti!” per smuovere la prudente comunità economica genovese, avremmo puntare sul gruppo di “Rinascimento Genova”. Può darsi; purtroppo “Rinascimento Genova”, a differenza dell’OCSE, non ci ha mai contattato.

Insomma, questo è un assaggio delle “critiche” di cui siamo stati investiti in questi giorni, e non val la pena andare oltre perché sono tutte le dello stesso tenore. La conferenza stampa con le madamin, agli occhi di questa fetta di società genovese, che pure aveva partecipato convintamente il 13 ottobre a “Riprendiamoci Genova”, rappresenta un prima e un dopo. Ognuno ha le sue idee, e non si tratta davvero di far la gara a chi ha ragione. Io vorrei perciò dire solo due cose.

Primo. Pensate a cosa stavate facendo dieci, anche undici anni fa, quando usciva il primo testo divulgativo sui modelli alternativi di economia (“Breve trattato sulla decrescita serena”, Latouche). Io ero lì, ma non a leggere la divulgazione: a elaborare la teoria. Ero già lì, nonostante avessi allora 24 anni, e non so quanti siano usciti dopo di me – che sono stato senza dubbio il primo – dall’Università di Genova, facoltà di Economia, con una Tesi Magistrale sui contesti di “post-crescita”. Non credo molti. Così come non so quanti fra quelli che ora pontificano su cosa sia o non sia lo sviluppo abbiano profondamente studiato e ragionato a livello teorico e pratico su come fa un sistema, un territorio, a evolvere verso un modello economico differente. Credo di nuovo non siano molti.

Capisco che sia un’epoca in cui tutti vogliono parlare di tutto, poiché la tecnologia ha dato loro i mezzi per farlo, però in certi casi è davvero fondamentale fermarsi un attimo e ascoltare cosa un interlocutore accreditato, per titoli e traiettoria, ha da dire. Datemi retta: la decrescita (se così vogliamo chiamarla, io preferisco “sviluppo in contesto di post-crescita”) è un progetto ambizioso di costruzione di un modello alternativo di economia, società, politica. Per realizzarlo, anche solo per provare a incamminarsi in quella direzione, serve una popolazione dinamica, brillante, democraticamente matura, un contesto culturale stimolante, un dibattito pubblico molto intelligente, la voglia di approfondire le questioni e una condizione economica di partenza non declinate, anzi effervescente. Nessuna di queste condizioni è presente attualmente in Liguria. Il primo passo da fare è dunque quello di ricostituire tali condizioni necessarie, e quindi favorire – tra l’altro – lo sviluppo economico correntemente inteso.

Dice il giornalista Marco Preve: “colgo una contraddizione di fondo nel dirsi sostenitori di uno sviluppo diverso e poi, alla prima prova importante, accasciarsi sulle idee di mobilità, trasporti e commercio più antiche che esistano. Come dire: vado a Spezia passando da Panama”. Se vogliamo mantenere la metafora, diciamo che dobbiamo andare in un luogo un po’ più lontano di La Spezia (la transizione alla decrescita non è un viaggio di piacere); poniamo si debba andare a Panama: per farlo dobbiamo prima passare per Pechino, che non c’entra nulla. Ma non c’è nessuna contraddizione, se si ha un minimo di profondità di ragionamento. Noi non possiamo, nelle condizioni attuali – e tantomeno in Liguria – pensare di porre in essere i cambiamenti che ci auspichiamo se prima non recuperiamo un certo dinamismo economico, sociale, demografico e culturale, e  il meglio che possiamo fare è contribuire a un recupero dello sviluppo economico mainstream, che se condotto in certo modo (c’è mainstream e mainstream…) può generare in qualche lustro delle condizioni di base più favorevoli. Poi, come detto, non si vuole fare la gara a chi ha ragione: ci sono diversi motivi per sostenere una posizione, anche esistenziali (quello che ha fatto tutte le battaglie “No Gronda” e “No Terzo Valico”, e non se la sente di “passare dall’atra parte”); si può capire e rispettare, ma non è politica, è tifoseria.

“Va bene, facciamo anche conto che sia giusta st’idea di partire per l’Est dovendo andare a Ovest, ma guarda che Gronda e Terzo Valico non servono a niente, sono antieconomici”. Questo tipo di interlocutore non manca mai; a corredo, normalmente, cita sempre tanti numeri, dati, cifre, perché – come stigmatizza negli ultimi tempi, e in modo assai acuto, Vittorio Coletti su Repubblica – l’incapacità di visione politica ha bisogno di celarsi dietro il parere dell’esperto, del “tecnico imparziale”, secondo cui il futuro Terzo Valico ad esempio sarebbe più lento del vecchio Pendolino – si, perché l’alta velocità finirebbe a Tortona e non si realizzerebbero mai le tratte fino a Milano e la Novi-Torino – o non risulterebbe economico  in base all’ACB – che ha come orizzonte 30 anni, non 100 che è la vita media minima di una normale ferrovia.

La cosa in realtà è molto più semplice. Se uno vuole, e ha la statura, si può assolutamente prendere la responsabilità politica di dire: “Genova ha bisogno di essere collegata in 45 minuti con Milano e in un’ora con Torino”; “Genova ha bisogno di una pedemontana di Ponente”; “Genova ha bisogno di una metropolitana esterna costiera”; “Genova ha bisogno di assecondare le necessità di crescita del Porto”; “il tratto di autostrada da Busalla a Genova è un problema e va risolto”. Allora i tecnici intervengono e elaborano il progetto migliore, di minore impatto, costo ponderato, eccetera. Ma la decisione è politica, è frutto di una visione, ed è a monte. Studi come una Territorial Review dell’OCSE aiutano se mai a elaborare queste decisioni…

Secondo: tutto questo discorso sulle infrastrutture, tirato in ballo perché le madamin sono associate alle infrastrutture, e perché i nostri “critici” non vedono l’ora di parlare di infrastrutture, non è così centrale nella mobilitazione a cui chiamiamo la città. È, se vogliamo, uno dei temi, insieme al lavoro, all’autonomia, al finanziamento, e soprattutto al “piano di sviluppo strategico”. Non è quello centrale. Va naturalmente racchiuso nel più ampio discorso del “piano di sviluppo strategico”, che tra i diversi temi, tratterebbe la mobilità (locale e sovralocale), ma anche molte altre cose: Milano ha in progetto di piantare 3 milioni di alberi entro il 2030. (Tanto per ribadire chi si ha davanti, quando si immaginava questo, nel 2006, la mia collega Ponzano era lì, seduta ai tavoli di ricerca del Metrobosco, per elaborare insieme ad altri la cintura verde della capitale meneghina).

Vediamo dunque di riordinare le idee e di serrare i ranghi. Genova trarrebbe (trarrà) grande giovamento dal saper dar vita a una bella e partecipata manifestazione il 20 gennaio. Volerla vedere come “una manifestazione a favore della Gronda”, o “la manifestazione delle madamin” è segnale di un provincialismo, di una chiusura che non ci fa bene. Liquidare con sufficienza quello che ha da dire una delle poche voci che pionieristicamente in questa città si è occupata di decrescita (in termini analitici, non per sentito dire), anche. Giocare alla divisione, all’opposizione, con una realtà civica trasversale, che è per forza di cose dialogante e aperta ad accogliere istanze e sensibilità di gran parte della cittadinanza, è autolesionismo. È volersi isolare, per mantenere la confortante sensazione di essere i soli unici puri, contro un mondo nemico. In realtà, se la grande area che va dall’imprenditore moderato all’attivista “No Gronda” (ma forse non “No Gronda Bassa”; il Terzo Valico ormai è andato…) non riesce a instaurare un dialogo interno, possiamo stare altri dieci anni a parlare di tante belle cose, che la Liguria andrà da un’altra parte. E poi sarà ancora più tardi per ricominciare.

Noi per questo siamo qua, pronti a ragionare insieme.

 

1 COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO