LA LIGURIA SENZA LUOGHI COMUNI

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Non ci sono più le mezze stagioni. Ma nemmeno le cabine del telefono, le società operaie e quelle cattoliche, i cinema. E anche i negozi chiudono uno dopo l’altro. Perfino le chiese chiudono i battenti.

I luoghi comuni non sono soltanto quelle espressioni trite e ritrite buone per quando ci si incontra sull’ascensore e non si sa che faccia fare. Sono anche gli spazi che non appartengono a nessuno, ma sono di tutti. Posti che sono utili a ognuno di noi, ma soprattutto dove ci si può incontrare.

D’accordo, direte, non è mica che possiamo trovare noi la soluzione per fenomeni globali. E’ arrivato il telefonino e le cabine al massimo servono per ripararsi quando piove o per lasciare un messaggio d’amore se si è in vena di romanticismo. Andare al cinema può non avere senso se vi basta un clic e vi guardate un film su Netflix. E cosa possiamo fare noi dalla nostra piccola Liguria se adesso ci sono Amazon e i super, anzi iper-mercati, e ovunque le saracinesche si abbassano. Le chiese poi… il guaio, risponderete, non sono tanto le parrocchie che chiudono, ma come passeremo l’eternità senza un dio che ci offra ospitalità in paradiso (ma andrebbe bene pure il purgatorio).

E non ha neanche senso rimpiangere il passato. Il mondo cambia, bisogna sapersi adattare. Guardare avanti e non indietro.

Vero, verissimo.

Insomma, rischiano di essere chiacchiere senza senso, buone soltanto per tirare avanti una serata quando si comincia a guardare i bottoni sulla camicia sul tizio che hai davanti, a ticchettare nervosamente sul tavolo senza sapere cosa dire. Al massimo è roba da sociologi.

Ma se non fosse così? D’accordo, i vecchi luoghi comuni non ci sono più. Ma forse noi abbiamo ancora bisogno di posti dove incontrarci perché telefonare, guardare un film, comprare un filo interdentale, perfino pregare a volte erano un alibi per scambiare due parole. Perché noi esseri umani siamo fatti così, abbiamo bisogno degli altri per comunicare, confrontarci, scambiarci le idee, osservarci, perfino per starci sul belino e odiarci. Addirittura per stare da soli, perché dobbiamo pur sfuggire da qualcosa per starcene un po’ per conto nostro.

E le nostre città, poi, cosa sarebbero senza i luoghi comuni? Che cosa sarebbe delle nostre strade, delle piazze senza negozi dove infilarci dentro, senza vetrine anche soltanto da osservare, senza insegne?

Senza luoghi comuni le nostre città rischiano di essere soltanto un ammasso di case, di palazzi senza un centro.

Non basta che la merce ti arrivi a casa. I negozi, soprattutto nei quartieri e nei piccoli centri, erano anche un luogo di ritrovo e ci mancheranno i commercianti che ci chiamavano per nome, ma anche quelli simpatici come una carie al premolare che in trent’anni non ci hanno fatto un euro di sconto. I negozi sono anche un presidio sociale: un luogo dove, se cacciandoti le mani in tasca non tiri fuori due spiccioli per comprare da mangiare, qualcuno ti chiede se hai bisogno. Dove, se magari un giorno non ti fai vedere, c’è chi si prende la briga di venire a casa tua per vedere se sei vivo.

Allora forse varrebbe la pena di interrogarci su che cosa mettere al posto dei negozi, dei cinema, delle cabine del telefono e dei campetti parrocchiali (prima che siano trasformati nell’ennesimo autosilos). Dovrebbero farlo seriamente i nostri amministratori invece di lasciare che in un quartiere arrivi un altro ipermercato e decine di saracinesche si abbassino per sempre. Invece di dare il via libera a quegli orrendi punti di ristoro dove entri e trovi soltanto macchinette. Per non parlare dei casino di quartiere buoni soltanto per spennare disoccupati e pensionati.

Ma forse anche noi dovremmo provare a proporre qualche idea.

A Mestre, per fare un esempio, davanti alla stazione c’è questa via Piave che è diventata il crocevia per lo spaccio della droga. Prima era una strada, poi, uno dopo l’altro, tutti i negozi hanno chiuso. La gente passava senza fermarsi, gli angoli d’ombra sono diventati voragini, non c’era più presidio del territorio. E rapidamente hanno preso piede gli spacciatori. Certo, è necessaria la presenza delle forze dell’ordine, ma non bastano gli uomini in divisa, serve la vita.

Così i cittadini hanno chiesto che dove chiudeva un’attività commerciale, in attesa che ne aprisse un’altra, i locali fossero affidati a un canone di favore alle associazioni e ai comitati dei residenti. Rapidamente sono nati centri di ritrovo, gallerie d’arte autogestite da giovani e anziani. E dove nascono le associazioni si intreccia di nuovo il tessuto sociale. Dietro alle nuove insegne sono nate idee, movimenti, bisogni diffusi cui dare voce.

Nei paesi del Nord – in Svezia e Norvegia – gli spazi sfitti sono affidati a gruppi di giovani che sappiano proporre attività utili per il quartiere. Nascono biblioteche, sale di registrazione musicali, radio.

Vale a maggior ragione per le nostre città dove i giovani e gli anziani non hanno luoghi (comuni) dove ritrovarsi.

Forse è il momento di farsi avanti. Proporre idee, tentare soluzioni. Strada per strada, quartiere per quartiere.

Per fenomeni globali a volte si possono trovare risposte locali.

 

1 COMMENTO

  1. Anche per la crisi climatica, per definizione globale, le soluzioni non possono che essere locali ed e’ necessario partire finalmente ad occuparsi “seriamente” della Liguria e di Genova. C’ e’ ancora quasi tutto da fare e per il nuovo anno il lavoro non manca di certo, quindi tanti auguri.

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