Il maestro di tennis – Roberto Bacigalupo “Altmann”, dalla racchetta al pennello

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di Stefano Rissetto

Il tennis era uno sport operaio. Almeno a Sestri Levante, quindicimila abitanti e una fabbrica di tubi metallici con tremila dipendenti. Sui due campi di polvere di mattone del circolo ricreativo, a duecentocinquanta lire all’ora, i “figli della tubifera” giocavano allo sfinimento, passavano i pomeriggi d’estate, le sere d’estate a parlare del futuro, delle ragazze, di quel che sarebbe stato e non stato. Erano gli anni Settanta, gli anni di Borg e Connors, di Panatta a Parigi, dell’Italia in Davis a Santiago del Cile con i doppisti in maglietta rossa.
E poi c’eravamo noi, i ragazzi del Cral Fit Ferrotubi. Quando nell’estate del ’78, a tenere i corsi agonistici, arrivò nemmeno trentenne Roberto Bacigalupo, nessuno credeva alla realtà. Dicevano che da giovanissimo fosse stato un campione, o meglio una promessa: a Milano aveva battuto perfino Yannick Noah, o forse ci aveva perduto di un niente, le versioni non erano concordi, ma lui non ne parlava volentieri, perché non è bello parlare di se stesso al passato. A livello di under 16, dicevano, era stato uno dei primi dieci al mondo. Dicevano anche preferisse dipingere, aveva lasciato la racchetta per iscriversi all’Accademia di Belle Arti, secondo i canoni di una famiglia di artisti e utopisti. Il padre, per esempio, aveva fondato una fabbrica di dentifricio, presto fallita. Dicevano. Perché proprio dentifricio, invece, non dicevano. A diciassette anni, l’età in cui Boris Becker avrebbe vinto a Wimbledon, aveva smesso con l’agonismo. Tornato al paese, da giovane vecchio si divertiva con noi, apprendisti privi o quasi di talento, insegnandoci il rovescio tagliato, il servizio angolato, tutte cose che lui preferiva non fare più, perché avrebbe risvegliato un genio ripudiato. Una volta gli chiesi: proviamo almeno a fare un set. Ci provammo, mi convinsi fosse vero che avesse battuto Noah. Era comunque meglio crederlo.
Le estati volavano, al Cral Fit Ferrotubi, come il tempo anche nelle altre stagioni. La fabbrica cominciava a morire, Roberto ogni tanto scambiava qualche palleggio con me, si divertiva ad alludere al suo genio disconosciuto. La fabbrica chiuse nel 1982, oggi al posto dei due campi c’è un parcheggio, asfalto sui nostri ricordi.
Il maestro di tennis cambiò vita e cognome. Allestiva mostre firmandosi Altmann, le sue tele erano sfuggenti e misteriose, paesaggi ed esseri lontani da se stessi, una volta mi incontrò sul lungomare con la mia ragazza di allora, la guardò come non si dovrebbe guardare la ragazza di un altro, a me chiese se studiassi ancora, a Lucrezia disse che sarebbe stata il perfetto soggetto di un quadro. Non mi ricordo se lei sorrise, o meglio me lo ricordo ma preferisco di no.
Volavano anche gli inverni e le primavere, fui io stavolta a cambiare città, a smettere col tennis giocato, con la Wilson T-2000 di acciaio riconvertita ad opera d’arte appesa a un chiodo sulla parete di una camera che non avrei più abitato, in una casa che era la mia e d’ora in poi sarebbe stata soltanto dei miei, io andavo verso qualcosa che ancora non conoscevo, lasciandomi dietro qualcosa che non conoscevo più.
Un giorno, in una galleria del centro storico, vidi una mostra di Altmann. Roberto non c’era, i suoi dipinti sì. Lui viveva all’estero, così diceva il depliant. Forse non era vero, ma nel frattempo mi ero informato e avevo scoperto che molti anni prima aveva davvero battuto Noah. Tra le opere c’era un nudo di donna, una ragazza blu su una spiaggia grigia che di spalle guardava verso un cielo quasi bianco. Sembrava la mia ragazza di allora, che ormai non sapevo se stesse ancora con quell’antipatico di industriale di Asti, che aveva sposato per dispetto non molto dopo che ci eravamo lasciati. Non sapevo nemmeno se fosse davvero lei quella del quadro, sapevo solo che chiederlo a Roberto, se mai lo avessi ritrovato, sarebbe stato inutile.

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