Il governo vuole aiutare Genova o FARE PROPAGANDA SULLA NOSTRA PELLE?

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Siamo una città vulnerabile, un po’ smarrita. Ma è importante restare noi, rimanere lucidi. Dobbiamo evitare che qualcuno possa strumentalizzare il nostro dolore e il nostro bisogno. Dobbiamo evitare di applaudire con troppa facilità.

Oggi finalmente pare che il decreto per Genova sia pronto. E’ una buona cosa. Ma com’è stato davvero il comportamento del Governo in questi quaranta giorni? Proviamo a mettere in fila alcuni fatti.

Nei giorni successivi alla tragedia i ministri sono subito arrivati a Genova. Bene. Ma è anche vero che abbiamo assistito a dichiarazioni roboanti che parevano comizi. Perfino nei giorni del lutto. Perfino ai funerali, quando Luigi Di Maio a pochi metri dalle bare lanciava proclami contro Autostrade e Matteo Salvini si faceva immortalare dai selfie dei fan.

Il Governo per non far sentire sola Genova ha tenuto consigli dei ministri nella nostra città. Bene. Sono state dette tante (troppe?) cose e oggi cominciamo ad avere il dubbio che fossero pura propaganda. Come quando un membro del Governo si avventurò ad annunciare che il ponte sarebbe stato demolito all’inizio di settembre. E’ ancora lì e siamo al 21 settembre.

Il premier Giuseppe Conte è venuto alla commemorazione delle vittime. Bene. Era visibilmente terrorizzato per le possibili contestazioni, ma è venuto. Il suo intervento, però, a molti è parso stonato. Veniva commemorata una tragedia, si ricordavano i morti, e invece lui ha tirato fuori il suo papiro, ha parlato del decreto, ha elencato per minuti e minuti le belle cose che il suo Governo avrebbe fatto. Pareva scandire il discorso lasciando sapienti pause per gli applausi.

Ieri, finalmente verrebbe da dire, è arrivato il ‘nuovo’ decreto. Bene, comunque. Ma qualcuno dovrebbe spiegarci che cosa significa il comma 4: “Il commissario straordinario opera in deroga a ogni disposizione di legge, fatto salvo il rispetto dei vincoli non derogabili derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea”.

Non solo: dopo 40 giorni (!), scrivono le cronache, è ancora in bozza. Genova rischia di rimanere schiacciata dalla battaglia pro o contro Autostrade.

Non solo. Il ministro Toninelli è andato dagli sfollati dicendo: “Ho il decreto in mano”. Ma pare completamente diverso da quello che Conte aveva sventolato in piazza De Ferrari, come scrive oggi Marco Palombi sul Fatto Quotidiano. E allora viene da porsi delle legittime domande: che cosa c’era scritto nel decreto mostrato da Conte alla folla commossa? Che cosa avevano votato allora i ministri?

Era poco più che un pezzo di carta da mostrare a favore delle telecamere?

E c’è il nodo del Commissario. Che non è stato nominato dopo 40 giorni. Tanti, troppi. Soprattutto perché ormai è chiaro che dietro questa attesa interminabile si sta consumando una rivalità tra le forze di Governo. Mentre Genova non ha tempo.

Il dubbio è che sulla tragedia del ponte il governo possa rivelare una drammatica inconcludenza. Peggio: che qualcuno sia venuto a Genova a fare passerella a favore delle telecamere. Che abbia prodotto più tweet che misure per salvare la città.

Finora la reazione del Governo alla disperazione – non c’è altra parola adeguata – di Genova è parsa forte nelle parole, ma lenta e titubante nei fatti. Conte, Di Maio e Salvini (che pure è politico da una vita) dovranno impararlo: il confine tra il consenso trionfale e e la rabbia è sottilissimo. Come quando al termine della salita d’un tratto si imbocca la discesa. E’ questione di un attimo e non c’è verso di tornare indietro. Ricordate Silvio Berlusconi e Matteo Renzi?

Chissà che non cominci tutto a Genova.

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