IL CILIEGIO

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Guarda che bei fiori di qui, guarda che bei fiori di là. Va bene, sono belli, bellissimi, stupendi. Però vorrei che qualcuno di voi mi spiegasse perché vi piacciono tanto, che cosa ci vedete. Ma proprio da un punto di vista… logico. Non è che potete cavarvela dicendo che hanno un bel colore. Allora anche il condominio qua accanto è una meraviglia, con quel suo giallo da uovo alla coque. Anche la Fiat Tipo in sosta sul marciapiedi è tutta rossa squillante eppure non vi intenerisce il cuore. Perché povera Tipo lei no?
Io, a dire la verità, tutta ‘sta gioia non la capisco. Non vedo cosa ci sia da essere contenti se è passato un altro anno.
Ah, voi dite che i fiori vi fanno pensare alla vita. A me invece ricordano soprattutto il tempo. Forse, tanto per cominciare, dovremmo metterci d’accordo; capire quale sia la differenza, magari è soltanto una questione di prospettiva. Perché in fondo senza il tempo chissà cosa sarebbe della vita. Ma pure, lo ammetto, dei giorni, dei mesi e degli anni, così da soli, senza nessuno che li conta e li rende vivi, difficile dire quanto resterebbe. Eppure no, non sono la stessa cosa; anzi, è proprio il contrario. È il tempo che consuma la vita. Ecco, potremmo dire che somigliano al fuoco e all’ossigeno?
Vabbè, sentite… Non facciamo tanti discorsi: voi godetevi i fiori, ma stavolta lasciatemi in pace. Magari il prossimo anno andrò anch’io in giro con il telefonino a fare foto di ciliegi colorati.
Però questo albero proprio non si può ignorarlo. Anche soltanto per simpatia. Per curiosità. Bisognerebbe chiedergli da dove abbia preso il sole per tirare avanti, chiuso com’è tra i muri dei condomini. Non ci arriva un raggio che sia uno, ma nemmeno il 21 giugno a mezzogiorno. Mai. Sarebbe bello capire cosa speri di ottenere da questi fiori e magari dai frutti che gli cadranno ai piedi… Perché non c’è un centimetro quadrato di terra nel raggio di cento metri, non può illudersi di far crescere un’altra pianta, una compagna. Da tutto questo fiorire, forse qualcuno dovrebbe avvertirlo, non verrà fuori niente. Resterà solo nel cortile, buono soltanto per appoggiarci le biciclette, e speriamo che nessuno ci faccia pisciare addosso il cane. Tutta la vita senza spostarsi di un centimetro; senza sperare che il vento gli agiti i rami, visto che al massimo da queste parti ci arrivano correnti d’aria spazientite, turbini smarriti tra vie e palazzi.
Qui da vedere non ci sono altro che finestre, panni stesi; e qualche tizio che preme il volto contro il vetro, si sporge con i gomiti appoggiati sul davanzale. Sarebbe davvero da chiederglielo, all’albero, perché si ostini, perché lo faccia. Se sia solo vanità o se speri di far crescere un poco di colore (almeno in fondo al nostro cuore).

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