Il ciclista e il pianista, uniti nella fuga

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di Stefano Rissetto

Il ciclista va in fuga non da, ma verso qualcosa. Il musicista in una fuga costruisce invece un’idea e il suo doppio, dà voce al vuoto. Su quella stessa strada, lungo un torrente di pietre più che d’acqua, il ciclista e il musicista hanno viaggiato affiancati per una decina d’anni, uniti dal paese di nascita, divisi dall’età.
Entrambi erano grandi fin da piccoli, quasi presagissero che il tempo li avrebbe braccati. Tutti e due hanno raggiunto l’inconsapevolezza di se stessi, l’assenza di ogni rimpianto, la dimensione inarrivabile di icona che preserva dal disilludere, dall’ossidarsi a disarmante contatto con il reale. Suonare al cospetto di un pubblico assorto e in attesa dell’evocazione dei maestri, in una sala nella penombra; pedalare sotto il sole oppure le nuvole, per ore e ore e chilometri, alla volta di una linea bianca tracciata con la vernice sull’asfalto per dimostrarsi il migliore: sfide che si risolvono soltanto sul ciglio del mai.
Il ciclista era arrivato terzo al mondiale under 18, disputato nella Svizzera francofona, in un paese chiamato Chalet a Gobet: a precederlo sul traguardo, il coetaneo Roberto Visentini, che undici anni dopo avrebbe vinto il Giro d’Italia, e un olandese impronunciabile nel nome come nella carriera. Correva con una maglia rossa e verde come quella della Ternana Calcio, la maglia della Martiri Casarzesi, una società ciclistica ispirata nel nome al sangue corso in un tempo fermo. Aveva, dicevano tutti in paese quando lo vedevano passare sulla Colnago rossa, un grande futuro. Vinceva con allegria e ritegno, non sapeva far altro che arrivare prima degli altri, nei dilettanti era ormai sprecato, anche perché quella parola era impropria, i dilettanti non si dilettavano, ma soffrivano la concorrenza dei professionisti di Stato dell’Est. Il suo scatto tagliente, la sua capacità di dissolvere la fatica, di trovare sempre le traiettorie meno dispersive, negli allunghi come nelle volate: tutto questo gli rendeva facile quel che per quasi tutti gli altri era impossibile.
Il musicista, nato quando il ciclista decenne cominciava a correre, si era innamorato della tastiera dell’organo della chiesa di San Michele Arcangelo: quei rettangoli bianchi, quei rettangoli neri indicavano una scorciatoia, un contravveleno al silenzio. Da quello spazio di avorio e solitudine emergevano le anime taglienti di Liszt, Schumann, Debussy e Chopin, a chiamarlo, a suggerirgli la strada alla perfezione. Ma la perfezione esige rigore, il rigore pretende astrazione dalle pecche del reale, gli spartiti sono percorsi tracciati che non consentono personalismi. Ore e ore sul pentagramma, nelle accademie, in un felpato mondo dai contenuti marziali.
Non pensò nulla, il musicista, quando il ciclista improvvisamente scomparve nel modo più atrocemente ironico per un ciclista, tradito da un mezzo a benzina, una motocicletta che lo aveva disarcionato per un malfunzionamento del cavalletto, proiettandolo senza salvazione contro una ringhiera metallica. Aveva ventidue anni e da quel giorno diventava una corsa vinta da altri, il trofeo Alberto Massucco, mentre il musicista sprofondava nel pianoforte, nelle sue regole armoniche e contrappuntistiche, nella sua tassativa incompatibilità con la banale vita degli umani. Anche a lui toccava misurarsi con la competizione, dal concorso Busoni di Bolzano allo Chopin di Varsavia, viaggiando senza sapere quale strumento si sarebbe trovato per estrarne suoni, pause, scaglie di cristallo sonoro. Fino al giorno in cui il tempo e il ritmo s’inaridirono, troppo angusti per una grande anima. E allora Corrado Rollero decise di ascoltare la voce che lo chiamava da sempre, di arrendersi al solo modo di perseguire la mancanza assoluta d’imperfezione. Anche lui in fuga, lasciando registrazioni, dischi, appunti, rimorsi forse; e nessuna parola che spiegasse il silenzio.
(Alberto Massucco, corridore ciclista, Casarza Ligure, 1957-1979)
(Corrado Rollero, pianista e compositore, Casarza Ligure, 1969-2000)

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