Iit/no: l’Istituto è un “fedifrago” che scapperà a Milano?

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di Pierfranco Pellizzetti

L’establishment genovese, così come la cultura diffusa del luogo, hanno riguardo all’opportunità tecnologica lo stesso atteggiamento intrattenuto dal buon selvaggio con gli specchietti e le perline che i colonizzatori gli rifilavano, in cambio di preziose concessioni e svendite di cospicue ricchezze tribali. Sottomesso e credulone.

Specie se il colonizzatore è un “piacione” del calibro di Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologie in quel di Morego, coadiuvato dal suo formidabile Ufficio Pubbliche Relazioni. Per di più ampiamente irrorato dal miliardozzo tondo di finanziamento pubblico che lo Stato Italiano ha versato a questo Ente privato negli ultimi dieci anni; malloppo di cui la metà sonnecchia non spesa nei conti correnti di qualche banca.

Istituto dato in procinto di migrare in area lombarda, nel fantomatico Human Technopole (un altro sarchiapone con etichetta americanista?), secondo una trama che richiama il vecchio film di Woody Allen “Prendi i solti e scappa”.

Intanto – nell’assoluto silenzio del genovesato, ad oggi il territorio che ancora ospita il potenziale fedifrago tecnologico – la comunità scientifica è in ebollizione.

La senatrice a vita Elena Cattaneo ha predisposto un dossier sul progetto che dovrebbe fare da riempitivo agli spazi lasciati vuoti da quell’Expo milanese sull’alimentazione rivelatosi – più che altro – una mangiatoia per scopi e commensali “altri”; con un conto finale a lungo secretato, che inizia a rivelarsi in profondo rosso.

Flop in via di certificazione che si vorrebbe mascherare con un flop annunciato, se è vero quanto dichiarano le voci del settore riguardo all’operazione in corso: «si configura come un golpe legalizzato dalla politica alla ricerca scientifica». E perfino un personaggio congenitamente “sintonico” con l’establishment – quale il past president italiano Giorgio Napolitano – ha manifestato dubbi al riguardo.

Un disegno che Francesco Sylos Labini, prestigioso astrofisico del Centro Enrico Fermi di Roma, fa risalire al 2000; proprio con la nascita dell’IIT, voluta fortemente dall’allora ministro Giulio Tremonti e poi sponsorizzata dal governatore bocciofilo di Regione Liguria Claudio Burlando: «una delle operazioni più opache ed allarmanti mai fatte in Italia».

Poco più di un mese fa Labini ha rivolto a Cingolani dieci domande sul sito Roars.it, probabilmente il più autorevole blog nazionale sulla ricerca e l’istruzione superiore, non ottenendo neppure un cenno di risposta. Secondo l’ormai collaudata tattica del muro di gomma; sulla falsariga del tiki-taka calcistico del Barcellona: mai offrire punti di riferimento all’avversario.

Un problema che non riguarda soltanto “i professionisti dell’hi-tech” acquartierati a Morego o Erzelli. Diventa un problema collettivo di cui la politica (assenteista o imbambolata davanti a specchietti e perline) avrebbe dovuto farsi carico da tempo. In primo luogo svolgendo il proprio istituzionale ruolo di coordinamento e indirizzo.

Anche perché – seppure sottotraccia, in quanto prive degli strombazzamenti a cura degli uffici voci – altre ipotesi tecnologiche da sottoporre al vaglio del pubblico dibattito stanno maturando nel territorio. Ci si riferisce a quell’Internet of things, coltivato dalla nostra facoltà di Ingegneria, che sviluppa la tematica probabilmente più “di frontiera” per quanto riguarda l’attuale momento della ricerca scientifica.

Ossia far dialogare le cose tra loro e con noi. Dalla domotica (la cosiddetta “casa intelligente”) alla diffusione di capacità pensanti nelle linee di produzione.

Con le parole del recentissimo best seller internazionale “Post-capitalismo”, scritto dal giornalista economico di Channel 4 Paul Mason: «nei prossimi dieci anni, l’avvio di miliardi di connessioni fra macchine e macchine, conosciuto come l’Internet delle cose, popolerà la rete globale dell’informazione di un numero di dispositivi intelligenti superiore a quello degli abitanti del pianeta».

Problematiche certamente a misura di un territorio che mantiene vocazioni manifatturiere, come quello ligure; ma poco conosciute e ancora meno finanziate. Non disponendo dei “santi in paradiso” di chi ha capito tutto riguardo alle dinamiche politiche del tempo e dei luoghi.

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