Se c’è un insegnamento da trarre nella penosa vicenda del professore del liceo D’Oria che in un post su Facebook “dedicato” a Vladimir Luxuria ha definito pervertiti i transgender, è l’arretratezza del corpo docente – e in un certo modo anche la sua pavidità – rispetto ai suoi studenti.

Dopo l’agghiacciante sparata di uno dei prof più noti del liceo, gli studenti rappresentanti d’istituto sono intervenuti per spiegare quanto fosse isolata nella loro scuola la posizione del docente, quanto il loro liceo, la loro preside e gli altri prof fossero molto più aperti e tolleranti rispetto a quel collega dalle concezioni oscurantiste.

Non solo non c’è motivo di non credere agli studenti, ma sappiamo che il D’Oria è davvero una scuola aperta, tollerante, solidale.

Ma sappiamo, e lo sa anche il D’Oria, che ha un sito internet, che promuove pubblicamente sé stesso e la sua didattica, che conosce l’importanza di affrontare l’attualità senza per questo farsene travolgere, è noto insomma che oggi una scuola non può pensare solamente di “essere” ma lo deve anche “comunicare”.

Insomma, ci si sarebbe aspettati che, se non la preside che ricopre un ruolo istituzionale, il corpo docenti, quei docenti che i loro studenti raccontano essere diversi dal prof che definisce pervertito ciò che non rientra nei suoi canoni, beh sarebbe stato significativo che gli altri insegnanti facessero sentire in qualche modo la loro voce.

E non può valere la classica giustificazione: non si può trascinare la scuola in un dibattito pubblico. Signori, il D’Oria c’è già stato trascinato, forse ingiustamente, in questo dibattito. Sono i meccanismi mediatici di questo secolo, dove discussione e confronto non si sviluppano più soltanto sugli organi d’informazione con regole e procedure standard, ma corrono, spesso selvagge (e il prof che insulta i trans  ne è il primo esempio) sui social.

Il punto non è il dovere della scuola di rispondere a qualsiasi provocazione, ci mancherebbe altro. Piuttosto è il diritto dei cittadini, dei genitori dei futuri studenti di quel liceo o di un altro istituto, di sapere con certezza che la maggior parte dei docenti non pensa che la diversità sia sinonimo di perversione. E questo, fino ad oggi, nonostante le rassicurazioni della preside, non lo si è ancora capito.

Mentre i ragazzi si sono pubblicamente esposti, ed è evidente che non siano loro, in una scuola, ad avere il coltello dalla parte del manico, i professori (del D’Oria, ma anche dei sindacati di categoria, sempre molto attivi a rivendicare i propri diritti economici) tacciono. E soprattutto non dicono se si sono posti il problema – e se sì come l’hanno risolto – relativo alla possibilità che uno studente gay o transgender si possa ritrovare in una classe con il professore che un giorno lo definì “pervertito”.

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