IDEE PER LE SARDINE – AMBIENTE

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Cosa ne sarà dell’entusiasmo che ha riempito la piazza di Roma adesso che le sardine sono tornate a casa? Come non disperdere il tesoro di idee che sono riuscite a raccogliere?

Per le sardine è arrivato forse il momento più difficile: tradurre gli ideali – necessari, fondamentali – in proposte concrete per la comunità dove si vive. Proprio ora che si avvicinano le elezioni regionali e davvero c’è un’occasione per incidere nella nostra vita.

Allora si potrebbe cominciare dall’ambiente, e non soltanto perché ce lo dice Greta Thunberg. Ma perché l’ambiente per noi è che questa terra, la Liguria. I luoghi che conosciamo e vorremmo tutelare. L’ambiente è il nostro legame con il passato e il filo verso il futuro. Ambiente naturale, ma anche urbano: la qualità della vita nelle città, così come nelle periferie e nei piccoli comuni della costa e dell’entroterra. Ma, soprattutto, ambiente non è soltanto un elemento fisico, ma anche sociale, civile. Umano.

Questa potrebbe essere la vostra prima battaglia. Insieme ideale e attualissima.

Eccovi alcune riflessioni, alcune proposte senza troppe pretese. Appunti concreti, concretissimi. Fatti, perché anche gli ideali hanno bisogno di radici nella vita quotidiana.

  1. L’AMBIENTE E’ RICCHEZZA E LAVORO Ormai l’importanza di un bene pare doversi misurare  per forza nel valore economico. Voi non siete probabilmente d’accordo, neppure io. Ma a chi vi opporrà questa considerazione potete rispondere con un dato inequivocabile: il pil della Liguria dipende per il 20 per cento dal turismo. E il motore del turismo, soprattutto in una regione delicata come la nostra, è l’ambiente. Quindi tutelare il paesaggio e il nostro patrimonio storico significa garantire decine di migliaia di posti di lavoro nelle imprese impegnate nella tutela del territorio e in quelle ricettive. Allora bisogna chiedersi se l’esempio da seguire sia quello di un turismo fatto di tappeti rossi e di ombrellini colorati oppure quello di regioni come l’Alto Adige dove la tutela ferrea del paesaggio ha garantito uno sviluppo del turismo e insieme un incremento della popolazione che vive nei piccoli centri abitati (+8 per cento dei residenti nella provincia di Bolzano). Per non dire che l’edificazione selvaggia della nostra terra ci ha impoveriti tutti: la Liguria ha il record di case sfitte. E dove ci sono case vuote la domanda e i prezzi delle abitazioni crollano. Costruire ancora significa riempire le tasche di pochi e svuotare quelle dei molti che hanno investito i propri risparmi per acquistare abitazioni. Di fronte a questo che cosa ha fatto la giunta di centrodestra guidata da Giovanni Toti? Raul Giampedrone, assessore e braccio destro di Toti, giura: “In quattro anni abbiamo destinato 14 milioni alla manutenzione ordinaria e straordinaria, 192 milioni alla protezione civile e ben 344 alla difesa del suolo”. Ma molti provvedimenti della giunta di centrodestra hanno fatto saltare sulla sedia chi difende l’ambiente ligure. Ermete Bogetti che guida Italia Nostra a Genova non è d’accordo: “Adesso chiedono lo stato di emergenza, uno sforzo straordinario, un piano straordinario… ora che il territorio della Liguria è devastato dagli effetti evidenti dei cambiamenti climatici, con inevitabili ripercussioni sulle infrastrutture. Ma costa e territorio sono competenze regionali! Cosa hanno fatto finora? A parte proclami, nulla si è fatto contro il dissesto idrogeologico”. Il cahier des doléances è lungo. A cominciare dal famigerato piano casa, che ha spalancato le porte al cemento. Perfino più di quanto avesse già fatto il centrosinistra. Italia Nostra nel 2015 attaccò: “Si dà il via libera a costruzioni, ampliamenti, cambiamenti di destinazioni d’uso anche in aree che, per il loro particolare pregio ambientale e paesaggistico, erano protette da norme molto restrittive, comprese le aree di parchi naturali fino ad oggi in parte risparmiate dal saccheggio edilizio”.
    “La Liguria che vogliamo guarda all’ambiente”, è lo slogan di Toti. Ma la sua giunta sarà ricordata anche per la legge che, caso più unico che raro, ha dato una sforbiciata ai parchi naturali: secondo le stime degli ambientalisti, sono stati tagliati 540 ettari ai più grandi parchi naturali regionali (Alpi liguri, Aveto e Antola). Non solo: “Hanno revocato”, sostiene Italia Nostra, “la classificazione di area protetta regionale a 42 territori nel Savonese, per un totale di oltre 22mila ettari, ed è stato abbandonato il progetto di realizzare un parco regionale nel finalese”.
    C’è un altro tasto dolente: il parco nazionale del monte di Portofino che rischia di naufragare prima di nascere. “La Finanziaria 2017 ha inserito il Matese e il Monte di Portofino tra i parchi nazionali”, spiega Bogetti. Sarebbe la salvezza per questo promontorio unico al mondo che oggi è tutelato solo con un parco regionale di 1.055 ettari. Con un bilancio di appena 800mila euro e un solo guardia parco. Il progetto era quello di creare un parco che dai confini di Genova si estendesse a est fino a Sestri Levante per 15mila ettari. A molti, vedi le lobby del cemento e dei cacciatori, i nuovi confini non sono andati giù. E la Regione, con le parole dell’assessore Stefano Mai, è stata chiara: “Vogliamo che nasca il parco nazionale di Portofino. Ma con i confini attuali, con i tre comuni di Portofino, Santa Margherita e Camogli”. Da Roma hanno già fatto sapere che parchi nazionali così piccoli non se ne faranno e se non arriva un accordo entro fine anno si potrà dire addio al progetto. Vorrebbe dire perdere un milione già stanziato. Ma soprattutto veder sfumare decine di milioni per il futuro: “Il vicino Parco delle Cinque Terre”, ricorda Bogetti, “incassa venti milioni l’anno”.
    E non finisce qui. “Ci sono altri due progetti di legge che ci preoccupano molto”, spiega il presidente genovese di Italia Nostra. Sono state proposte modifiche al testo unico regionale in materia di paesaggio: “Si vorrebbero escludere dall’autorizzazione paesaggistica gli interventi di ristrutturazione edilizia. Ma bisogna ricordare che questi a volte prevedono la ricostruzione anche totale di un immobile. È un rischio enorme per il paesaggio”. E ancora: “In un altro disegno di legge si prevede la possibilità di derogare alla destinazione d’uso di volumi oggi non destinati ad abitazione… come i sottotetti”. Secondo Bogetti “così si spalancano le porte a trasformazioni edilizie che possono creare barriere per le acque e costituire un grave rischio idrogeologico. Insomma, sostengono gli ambientalisti, prima di chiedere stati di emergenza Toti per combattere le alluvioni dovrebbe pensare a non cementificare. E c’è chi sottolinea che in Liguria l’assessore all’Ambiente è lo stesso che si occupa di Infrastrutture. Un connubio inedito.
  2. AMBIENTE E’ SICUREZZA Almeno otto alluvioni negli ultimi dieci anni. Tanti morti. Le colline che si sfaldano con la pioggia. I ponti che crollano. “E gli studi dicono che entro il 2050 gli eventi alluvionali in autunno in Liguria sono destinati ad aumentare fino al 30%”, dicono gli esperti. Certo, colpa dei cambiamenti climatici e dalla conformazione di questa terra dove i corsi d’acqua, stretti e ripidi, hanno un corso di cinque, massimo dieci chilometri. Ma dicendo così nascondiamo un’altra grande responsabilità: la nostra. Perché dove le alture sono coperte di cemento l’acqua corre veloce, in pochi minuti arriva tutta nei torrenti che scoppiano. “I corsi d’acqua chiedono solo di fare ciò per cui esistono in natura: scorrere liberi verso il mare. Invece in Liguria, per decenni, abbiamo martirizzato il territorio restringendo gli argini, costruendo a due passi dai rivi e soffocando i torrenti con le tombinature, trascurando le conseguenze. Non siamo stati capaci di coniugare l’urbanizzazione con le esigenze della natura. E così abbiamo accumulato un enorme debito ambientale che adesso stiamo pagando”, dice Alfonso Bellini, geologo tra i più stimati e professore universitario. Quindi tutelare l’ambiente – e smettere finalmente di costruire sulle alture – contribuirebbe ad aumentare la sicurezza. Cemento zero non significa però necessariamente condannare un settore economico importante, come quello edilizio. Una legge avanzata sul recupero dei borghi storici e dei centri urbani consentirebbe a imprese di piccole e medie dimensioni – come la gran parte di quelle diffuse sul nostro territorio – di lavorare e di sviluppare competenze utilizzabili anche altrove. Chiacchiere? No. Basta guardare a quella legge avanzatissima che fu varata in Sardegna dalla giunta di Renato Soru e che vietava nuove edificazioni sulle coste già martoriate dal cemento. In cambio la regione sarda destinò duecento milioni al recupero dei borghi dell’entroterra. Una legge simile potrebbe essere applicabile anche alla Liguria dove ci è già mangiati oltre il 45 per cento del territorio libero da costruzioni. Mentre i borghi del nostro entroterra si stanno svuotando: dai gioielli dell’imperiese (Triora, Realdo), ai paesi che si arrampicano su per i rilievi del savonese. Passando per le valli del genovese e dello spezzino dove ormai – per colpa anche della mancanza servizi, come le scuole e gli ambulatori sanitari – non vive più nessuno. La sfida sarebbe proprio puntare sul recupero di questi comuni, riportando i servizi, aiutando chi ci abita a restare e chi vorrebbe viverci a insediarsi.
  3. AMBIENTE E’ SALUTE E UGUAGLIANZA Dove l’ambiente è più integro si vive meglio. E si vive molto di più. Doveva davvero arrivare Greta per ricordarcelo? Abbiamo già dimenticato la lezione delle acciaierie di Cornigliano dove la popolazione per decenni è stata falcidiata dalle malattie. E più di recente la battaglia dai savonesi contro la centrale a carbone di Vado. Nel 2018 Il Fatto Quotidiano riportò la notizia di una ricerca del Cnr nelle zone vicine alla centrale. Si parlava di “eccessi di mortalità per entrambi i sessi tra il 30 e il 60%” nelle zone esposte agli inquinanti. Adoperando i dati del Cnr – che per la prima volta esamina i decessi dal 2001 al 2013 – le morti in eccesso nelle zone esposte si calcolerebbero in quasi 4mila (2.600 solo nelle aree di massimo rischio). Ecco, forse le Sardine potrebbero impegnarsi anche in questo: seguire il processo sulla centrale di Vado che da mesi si svolge in silenzio nel tribunale di Savona. Ma c’è altro, ci sono casi meno eclatanti, eppure altrettanto impressionanti. Come mostrano le statistiche aggiornate al 2018 sull’indice di mortalità standardizzato. Studi che sono frutto del lavoro degli epidemiologi dell’Irccs di San Martino. Come racconta Valerio Gennaro, epidemiologo sempre in prima linea contro l’inquinamento, “mostrano che nei quartieri vicini al Ponte Morandi si è verificata una mortalità superiore anche del 40% rispetto ai quartieri ricchi di Genova. Siamo a livelli paragonabili a Taranto, ma nessuno si è accorto di queste zone finché non è crollato il Morandi. Alla gente che vive vicino al ponte dovrebbero dare il premio Nobel per la sopportazione”. La Valpolcevera, Cornigliano e il Ponente di Genova sono uno dei chiodi fissi di Gennaro: “Qui per decenni nessuno si è accorto di quello che stava succedendo. Certo, colpa delle industrie inquinanti, come le vicine acciaierie. Colpa però anche della scarsa informazione, della mancanza di strutture sanitarie e di ospedali. Ma c’è anche il ponte con la sua mole di traffico”. Già, il Morandi su cui, secondo le previsioni dell’epoca della costruzione, dovevano transitare trentamila mezzi al giorno tra auto e camion. Ma nel giro di pochi decenni tutto è cambiato: siamo arrivati a picchi di centomila. A pochi passi dalle case. E quando il nuovo ponte sarà ultimato tutto tornerà come prima: qualcuno ha affrontato il problema? “Prendete il quartiere di Cornigliano – spiega Gennaro – a valle del ponte e vicino alle acciaierie. Qui tra gli uomini la mortalità, considerando tutte le malattie, arriva a un coefficiente di 1,20 (1 è la media cittadina). Parliamo del 20 per cento in più, un’enormità. A Rivarolo, sotto il ponte, siamo al 12 per cento più della media. Tra le donne a Cornigliano siamo sopra la soglia del 30 per cento (il 15 a Rivarolo)”. Ma a colpire è soprattutto il confronto con i quartieri più ricchi della città. Prendete Albaro: “Qui – sottolinea Gennaro – la mortalità è inferiore del 21% rispetto alla media tra gli uomini. Sommando i dati la differenza tra Cornigliano e Albaro è intorno al 40%. Valori simili a Nervi e Sant’Ilario, altri quartieri del Levante. Benestanti e più lontani dall’inquinamento: tra gli uomini siamo a una mortalità dello 0,82, tra le donne si scende allo 0,84. Incidono a Ponente i tumori a pancreas, polmoni, diabete, patologie cerebrovascolari e cardiache. C’è un muro invisibile che divide Genova e le nostre città. Nessuno ne parla, forse le sardine potrebbero affrontarlo.
  4. AMBIENTE E’ RICERCA E IMPRESA Secondo l’ultimo rapporto Symbola GreenItaly “il 19% delle imprese verdi quest’anno prevede una crescita, contro l’8% delle altre. Nel 2018 il numero dei lavori verdi in Italia ha superato la soglia dei 3 milioni: 3.100.000 unità, il 13,4% del totale dell’occupazione complessiva. L’occupazione green nel 2018 è cresciuta rispetto al 2017 di oltre 100 mila unità, con un incremento del +3,4% rispetto al +0,5% delle altre figure professionali. La green economy è anche una questione anagrafica. Una importante spinta al nostro sistema manifatturiero verso la sostenibilità ambientale, infatti, è impressa dai giovani imprenditori: tra le imprese guidate da under 35, il 47% ha fatto eco-investimenti, contro il 23 delle over 35”. Insomma, il settore verde offre possibilità di espansione per le imprese. Soprattutto per le imprese giovani, proprio quelle che una regione anziana come la Liguria avrebbe un bisogno disperato di attrarre. Vero, la riconversione all’industria ambientale, come si è visto in Germania, porta anche esuberi nell’industria tradizionale. Ma forse proprio per questo la Liguria, dove l’industria è già in crisi pesantissima, sarebbe avvantaggiata. Non solo: in Europa, a parte la Germania, gli altri paesi – l’Italia in questo è messo meglio di altri – non hanno ancora puntato sulla riconversione ambientale. E anche nel nostro Paese sono poche le regioni che finora ci hanno davvero creduto. Insomma, c’è un vuoto da colmare, in Europa e anche in Italia. Per la Liguria proprio la crisi potrebbe essere un’occasione. Si dovrebbe, però, crederci. Trovare una vocazione. Dare un volto nuovo alla nostra economia. Cercare alleanze con la ricerca e l’università (di nuovo un’occasione per attirare e trattenere i giovani). Pochi ne parlano, la politica sembra essersene dimenticata. Ecco una grande occasione per voi sardine!

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