Tra poco son passati due anni da quell’assurdo 14 agosto.
Ma il dolore non ha tempo.
Tra pochi giorni, il 3 agosto, il nuovo ponte “Genova San Giorgio” verrà inaugurato e nuovamente la Valpolcevera non spaccherà più in due la nostra città, ma tenderà le sue braccia generose da una parte all’altra dei suoi costoni.
E il dolore andrà attraversato.
E tutti dovremo farlo.
Quel 3 agosto io salirò sulla collina di Coronata, da lì il ponte si vede in tutta la sua lunghezza.
Ma non andrò per fotografare o ascoltare canzoni inaugurali.
Andrò tra i vialetti inondati di papaveri del piccolo cimitero che, sul punto più alto del crinale, mi ha fatto incontrare una madre.
Anzi lassù, è nato un incontro tra tre madri.
Di fronte alla cappella dove giace mia mamma, ora c’è un meraviglioso giardino di fiori che fa da cornice e preghiera intorno alla foto di un ragazzo di soli 22 anni.
Entrambi sono lì dal 2018.
L’incontro è lì. Ed è sempre in punta di piedi.
Quando arrivo a portare un fiore alla mia mamma, quella madre è già là.
Ogni giorno.
Le prime volte, ognuna di noi, stava in silenzio.
Le mani delle mamme non stanno quasi mai giunte in preghiera. Le nostre mani spolverano, tolgono ragnatele, spazzano foglie secche. Gli occhi vedono le piantine che hanno sete e che vanno pulite. Stanno bassi, perché hanno quasi paura ad incontrare gli occhi nelle foto di ceramica. Il nostro prenderci cura non finisce, non si spezza in un giorno non può… Trova modi e luoghi diversi per farlo, per continuare ad amare, a partire dal più profondo della nostra anima.
Così, con le maniche rimboccate e la scopa in mano ci siamo conosciute.
Suo figlio, quel 14 agosto, era sul ponte. Ora lui riposa vicino a mia mamma.
Io ho un figlio della sua età.
Poco alla volta è nata una confidenza molto tenera tra noi. Si chiacchiera un po’, ma sempre nel rispetto di un luogo che è silenzio per definizione.
Lavorare vicine ci fa bene.
Mi piace ritrovarla ogni volta. Ci si sente meno soli. Un giorno le ho detto che sono contenta che mia mamma sia vicina al suo ragazzo, che è come lasciarla in compagnia di un bel viso giovane e simpatico. Lei ha sorriso serena.


L’ultima volta entrambe abbiamo avuto la stessa idea: ci siamo ritrovate con la zappettina in mano per interrare delle piantine vicino al muretto che unisce suo figlio a mia mamma.
Quel muretto fiorito è il nostro “ponte”.
Unisce maternità e dolori diversi.
Prestandoci scopa e paletta, le ho detto che per me andare a trovare mia madre è come continuare ad aiutarla a casa, una nuova casa, a riordinare con lei… a rimboccarle ancora le coperte e farle una carezza.
“E’ proprio così!” mi ha detto lei sussurando.
Quella giovane madre fa lo stesso per il suo ragazzo.
Tre madri. La mia, anziana e bisnonna. Io, un po’ figlia e un po’ madre. E lei, la madre nel dolore più inaudito che si possa immaginare.
Vorrei abbracciarla, ma in questo assurdo tempo non ci è concesso.
Ma noi abbiamo altri modi per farlo.

Il nuovo ponte è questo, è proprio lì , è in questa capacità di unire e far fecondare, che solo le madri hanno.
Un ponte di resilienza incredibile.

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