I MARINAI CADUTI CON IL PULLMAN E DIMENTICATI

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Quanto dura la commozione? Quanti anni sopravvive il ricordo?

La mattina andando a scuola ci si ferma dal bar di Salvatore, proprio lì, sul cavalcavia dall’autostrada di Nervi. Davanti al bancone ritrovi volti che ormai hai imparato a riconoscere, altri nuovi. Il tempo di prendere un caffè, di incrociare i discorsi e i percorsi davanti a una tazzina e a un pezzo di focaccia. Poi ognuno prosegue per la sua giornata.

E’ diventato quello il punto di riferimento. Al massimo il chiosco che vende fiori. Se non fosse che una mattina, vagando a piedi dietro alle parole che arrivano dal cellulare, cominci a scendere per la rampa e ti ritrovi davanti a una statua. C’è un albero, un uomo con le braccia levate al cielo. Ai suoi piedi una lastra di pietra con 35 nomi.

Ma c’era già prima? Sì, forse, chissà. Qualcosa ti pare di aver già visto con la coda dell’occhio… un’ombra, appena una forma. Chiedi ai tuoi figli, agli amici: “Una statua?”. Nessuno la ricordava. Eppure ci si passa davanti almeno due volte al giorno. O forse è proprio per quello il motivo: è il destino dei monumenti disseminati per le strade delle nostre città. L’abitudine alla fine li ricopre come vegetazione, finché non li vedi più. Perdono significato, sono stati realizzati per ricordare e invece diventano il simbolo dell’esatto opposto: l’oblio.

Così ti metti a cercare e incominci a ricordare: sì, la strage del pullman dei giovani marinai. Erano esattamente trentasei anni fa: il 18 dicembre 1983. Che cosa facevi tu quel giorno? Chissà. Era domenica, probabilmente a quell’ora te ne stavi in casa, forse ti eri appena alzato. E loro in quel momento partivano dalla caserma del Maricentro di Aulla per quello che doveva essere un premio: andare allo Stadio di Torino per vedere Juventus-Inter. Già, una volta c’era la leva obbligatoria, ti pare si vederli uscire dalla caserma umida, con ancora in bocca il sapore del caffè e di quattro fette biscottate secche, al massimo con un velo di marmellata sopra. Poi la luce malaticcia del pullman, le chiacchiere, il sottufficiale accanto all’autista che ogni tanto caccia un urlo più che altro per ricordare che esiste. Si discute di formazioni, si guardano le macchine che sfrecciano accanto. Qualcuno dorme.

E intanto tu magari avevi finito la tua colazione, avevi acceso la televisione, stavi telefonando a un amico (con quei telefoni grigi che dovevi pigiare i tasti dei numeri). Dieci, venti minuti. Conosci l’autostrada da La Spezia, immagini metro per metro quello che vedevano oltre i vetri appannati dal calore, macchiati dalle gocce di pioggia che scendevano verticali sul cristallo: il Vara che corre sotto il viadotto, poi i boschi del valico, la discesa verso Sestri Levante. Le ultime cose che avrebbero visto nella vita, ma loro non lo sapevano.

A questo punto… chissà… forse eri andato a Nervi a prendere il giornale. No, non è una colpa eppure ti senti addosso un peso: eri lì vicino, a pochi passi, ma tu sei vivo. Perché proprio in quei momenti il pullman è passato accanto all’ultimo autogrill, forse qualcuno ha fatto ancora in tempo a vedere il cartello verde con l’indicazione ‘Genova Nervi’… che sia proprio la stessa che vediamo ancora oggi e non ci sia rimasto appeso qualche sguardo? Poi quel sorpasso, le gomme lisce che scivolano sull’acqua, l’autista che perde il controllo. E il suono sordo del guardrail che cede. Quindi uno, due, tre secondi di silenzio assoluto, quanto ci vorrà per precipitare da un viadotto di settanta metri? Alla fine il boato della lamiera che si schianta sulla vegetazione. Fine. Trentacinque persone non ci sono più.

Strano come certe tragedie si ricordino… prendi il Cermis, forse per la follia di quei due piloti americani che giocavano con i loro aerei e si sono portati via la vita di venti persone. I marinai del pullman no, perché in fondo era un ‘banale’ incidente stradale. Chissà quanti hanno seguito la battaglia delle famiglie per riuscire a farsi riconoscere almeno un risarcimento dignitoso (no, non una questione economica, ma un segno di rispetto) perché all’inizio per 35 persone erano arrivati appena 300 milioni. Un altro schiaffo.

Mentre noi dimenticavamo, mentre passavamo sempre più distratti davanti al monumento, alle famiglie ci sono voluti trentacinque anni per avere una qualche giustizia. Finché il 5 ottobre 2018 la Cassazione – accogliendo il ricorso della madre di Umberto De Mare – ha stabilito “la sussistenza di condizioni straordinarie che avevano aggravato il normale rischio connesso al trasferimento, determinate dall’utilizzo di un mezzo di trasporto in pessime condizioni di manutenzione a dispetto delle avverse condizioni meteorologiche”.

E finalmente lo Stato, cioè anche noi, ha dovuto pagare un risarcimento decente. Ma soprattutto ha riconosciuto che quei ragazzi sono “vittime del dovere”.

Avevano vent’anni. Oggi ne avrebbero cinquantacinque. Chissà cosa farebbero adesso e che cosa avrebbero fatto in questi anni. Forse avrebbero avuto figli, si sarebbero trovati un lavoro. Magari da qualche parte li avremmo incrociati.

Trentasei anni fa proprio oggi. C’è voluto tanto per riconoscere un risarcimento e a te anche di più per andarti a rivedere cosa era successo quel giorno. Chissà se davvero lo hai fatto per loro o in fondo per te stesso: dimentica tutto la città; come ha perso la memoria di questi ragazzi si scorderà anche di te.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/05/marinai-morirono-35-anni-fa-in-incidente-cassazione-vittime-del-dovere-mezzo-in-pessime-condizioni-stato-risarcisca/4673217/

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