Mi piaceva giocare a pallone da bambino. Poi, come tanti, mi resi conto che non era roba per me. Oddio, giocavo benino da piccolo, poi d’improvviso il corpo cominciò a crescere, tanto, troppo. E con quelle gambe lunghe, i piedi che non finivano mai, le braccia che non sapevo dove metterle… quando correvo mi sembrava di essere un aquilone. Lento, impacciato. I compagni più bravi mi passavano a destra e a sinistra e quasi non me ne accorgevo. Così cominciai a darmi il tono di quello che il calcio non gli piace, che è assurdo perdere tanto tempo per un gioco.

Deve essere stato in quel periodo, avrò avuto sedici anni, che un giorno mi trovai a tirare due calci al pallone in un prato. Credo che fossimo ai parchi di Nervi o qualcosa del genere. C’era sole direi, nei ricordi dei vent’anni c’è sempre. Immaginate la scena: le ragazze sdraiate sull’erba che fanno finta di non guardare, ma invece ridono dell’amico che si aggroviglia in un dribbling, lanciano occhiate attente al compagno che con un balzo si arrampica nell’aria e prova la rovesciata. E io me ne stavo a bordo campo, con l’aria di quello che un po’ gioca e un po’ no.

All’improvviso da chissà dove spuntarono questi due tizi. Uno con i capelli un po’ lunghi, l’altro con i riccioli (avevamo tutti i riccioli a quel tempo). Come per caso intercettano il pallone, lo colpiscono come una carezza. Sì, sono proprio loro, Roberto e Gianluca, i calciatori, ma ripensandoci adesso vedo soprattutto due amici. E ricordo noi compagni come annichiliti davanti alle parabole perfette del pallone che volava e sembrava non cadere mai. Che non si staccava mai dai piedi di quei due. E disegnava parabole più perfette di un compasso.

Sì, c’era la forza nei loro movimenti, ma soprattutto ti colpiva la precisione, la coordinazione istintiva. E più di ogni altra cosa la fantasia. “Spero che la mia storia possa servire a ispirare le persone che si trovano all’incrocio determinante della vita”, ha detto giorni fa Vialli in un’intervista raccontando della malattia.

Sicuramente non ricorda quegli istanti sul prato di Nervi. Quella manciata di minuti spesa in mezzo a un gruppo di ragazzi allibiti. Non può immaginare, Vialli, il segno che hanno lasciato quegli attimi. L’impressione che ci portiamo ancora dentro: i tesori sono nelle piccole cose. Perfino due calci a un pallone su un prato possono farti vedere quella bellezza veloce, leggera che somiglia tanto alla felicità.

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