Gli italiani hanno riscoperto la passione politica

0
1514

Grazie ministro Boschi. Grazie presidente Renzi. Lo so, chi legge l’articolo penserà a un artificio retorico. E invece no: davvero grazie.
Capita in questo periodo a tanti di noi di partecipare a un dibattito sul referendum. È toccato l’altra sera anche a chi scrive, in una Genova battuta dal vento. Con quel gelo fuori che rischia di entrarti in corpo. Saremo quattro gatti, pensi. E invece ti ritrovi in una sala gremita, dove il pubblico non ha la palpebra calante, ma anzi è vivo, acceso. Come non lo vedevi da anni. Forse non l’avevi proprio mai visto.
Tu magari sei sul palco e ti accorgi che di fronte a te c’è chi ne sa molto di più. Gente che ha letto, capito, che cita studiosi e snocciola dati. C’è un uomo con le mani spesse, da portuale, che conosce a memoria gli articoli della Costituzione, molto meglio di te che hai pure fatto l’esame di Diritto costituzionale. C’è una ragazza che sa a menadito il funzionamento del Parlamento europeo.
Professori, magistrati, pensionati, studenti, operai, sono tutti insieme nella grande sala. Parlano, si confrontano, come avrebbe sempre dovuto essere. Non tirano fuori quegli slogan vuoti, consunti – tipo “ce lo chiede l’Europa”, “il mio partito è schierato così” oppure “se perde Renzi, chi andrà al suo posto” – ma parlano solo della riforma. Perché è questo il punto: la Costituzione, che viene prima della sorte del premier, del Pd, degli schieramenti e dei partiti. È la regola prima, la base di tutto; forse i politici non l’hanno capito, ma tanti elettori pare di sì.
Poi esci per strada e al bar trovi due tizi paonazzi che si mangiano la faccia dalla passione. Urlano, si agitano, di sicuro il problema deve essere il gol di Higuain o il centravanti del Genoa che rischia di andare al Napoli (sia detto con il massimo rispetto per il calcio, perché quando sei appeso a una sfera che gira nel vuoto in mezzo a miliardi di pianeti è giusto distrarsi con un pallone molto più facile da controllare).
E invece no, discutono di bicameralismo perfetto, della navicella, dei costi della politica che vanno tagliati e di quelli della democrazia che non si devono toccare.
Questa riforma e questo referendum (che non è una graziosa concessione del governo, ma era obbligatorio!) ci hanno fatto diventare finalmente cittadini.
Votiamo le regole fondamentali della nostra vita civile. Votiamo il nostro destino.
La riforma ha fatto riscoprire la passione politica. E, grazie al cielo, la rabbia che ha la violenza come figlio illegittimo. Ma anche altri eredi legittimi come l’impegno, l’indignazione e la speranza. Il senso del futuro.
È essenziale ricordarlo, soprattutto qui a Genova dove nei tragici giorni del G8 del 2001 provarono a convincerci che lottare per cambiare il mondo era una colpa.
Siamo, forse, un popolo che ha nel suo dna la partigianeria; che consuma le sue energie nelle questioni di principio più che nell’azione. Mai come adesso, però, potrebbe risolversi in una ricchezza. Non solo per affrontare il voto del 4 dicembre, ma anche per le sfide che il mondo ci pone.
Tutto questo ci ha ricordato la riforma: dobbiamo capire chi siamo per decidere dove vogliamo andare.
Certo, sarebbe stato più facile e più bello poter dire “sì” per cambiare e non “no” (perché stavolta, paradossalmente, la vera riforma è conservare la vecchia Costituzione). Ma, come diceva il poeta Eugenio Montale “codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
Per questo grazie ministro Boschi. Sinceramente. Se soltanto la Riforma fosse stata decente, sarebbe stato perfetto.

*da Il Fatto Quotidiano del 21 novembre 2016

LASCIA UN COMMENTO