GENOVA, CITTA’ A MISURA DI ORNITORINCO (l’Autostrada e l’aeroporto)

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EVVIVA I NOSTRI AMICI DELLE AUTOSTRADE (e dell’aeroporto)

Se soltanto la metà degli accidenti che hai tirato andasse a segno… domani crollerebbero tre viadotti e tutto il cda delle Autostrade sarebbe colpito da alopecia.

Cerchi di riderne, dopo aver assunto una damigiana di camomilla. Intanto l’ironia è l’unica terapia.

Provate a immaginare. Devi andare a prendere una persona all’aereo per un’emergenza. Una vera emergenza, non semplice fretta.

Così salti in macchina e corri verso l’aeroporto. Mancano 50 minuti, c’è tutto il tempo. Intanto sono le 21,10 e le strade sono deserte.

Vietato tardare. Stavolta non si può. Imbocchi l’autostrada e galoppi… ma fai appena trecento metri e con la coda dell’occhio vedi una scritta su un pannello… avete presente quei pannelli luminosi dove di solito ci sono scritti messaggi tipo “buonviaggio con viacard”, “buona festa della mamma”, “tanto va la gatta al lardo”. Stavolta no, c’è un messaggio utile. Peccato che ci voglia un interprete di autostradalese per capirlo: “chiuso bivio A7-A10…”, belin, sei già andato oltre. E poi qual è la A7 e quale la A10 (provate a immaginare un turista cosa capisce)? Guidi, ti arrabatti con il cellulare, infili il piede destro nella cassettiera per cercare il vecchio stradario.

Intanto pensi: belin – diciamo così – possibile che da novant’anni a Genova le Autostrade di sera chiudano rampe e caselli a macchia di leopardo che non si capisce mai una ceppa?

Per fortuna trovi un altro pannello: “Chiuso bivio A7-A10 verso Ventimiglia”. E ti chiedi: che diavolo vorrà dire? Che è chiusa l’autostrada o solo il bivio? E quale poi… quello subito dopo Genova Est? Allora dove devo uscire? E poi potrò proseguire o dovrò prendere il vaporetto?

Il dubbio assale anche gli altri automobilisti. Vedi auto che sbandano, mettono la freccia a destra e a sinistra, si fermano, issano il gran pavese. Soprattutto imprecano, “perdindirindina”, dicono proprio così, glielo leggi in faccia.

“Tu cosa fai?”, ci si dice a gesti attraverso i finestrini. Prevale la tattica della disperazione: si va avanti finché si può, poi che ci protegga santa Corrada, madrina dell’autostrada.

Alla fine si scopre l’arcano. E’ chiusa la rampa che prima di Genova ovest immette sull’autostrada per Ventimiglia. Che fare? Esci, ma dove rientri… riaprirà all’aeroporto, dovrai andare a Pegli… oppure è proprio chiuso fino alle Colonne d’Ercole?

Ecco che un altro tabellone cerca di venirti in soccorso. Ma ahimé sembra un rebus di Bartezzaghi (soltanto che stai guidando e non sei su una spiaggia con la Settimana Enigmistica). Per rendere tutto più eletrizzante le lettere luminose compaiono e scompaiono: “C-iuso bi-io, esc- e rien-ra Gen-va W.”

Genova W.? Sarà Genova Ovest? Capisci che sono attimi decisivi. Si gioca tutto adesso, lascia o raddoppia. “Destra o sinistra?”, fai cenno con la mano al tizio che ti precede. “Sinistra”, fa lui con un sorriso che tende al ghigno. Ovviamente neanche l’ombra di un inserviente, un cane anti-valanga, un cartello. Niente. Sembra una gara di orientamento.

Giri verso l’autogrill, ti incastri tra un camion di Ragusa e un tir belga che ti offre un corso gratuito di bestemmie in fiammingo. Ecco, sei di nuovo in autostrada. Direzione aeroporto. Dai, hai ancora dieci minuti.

Ma a questo punto succede una cosa che fa vacillare la tua fede in un dio misericordioso: il casello è chiuso. Sì, chiuso. Segnalazioni: zero. Soltanto un annuncio: “Prossima uscita Pegli”. E qui guardi lo specchietto retrovisore e vedendo il tuo volto provi paura: un serial killer ha un’espressione più rassicurante. Se ti trovassi davanti un dirigente delle Autostrade gli tireresti addosso il bob che graziosamente i tuoi figli ti hanno lasciato nel baule dopo la gita sulla neve. Non avendo nessuno tra le grinfie, per evitare l’infarto cominci a telefonare: il numero verde delle Autostrade, i vigili urbani, le suore di Santa Genoveffa, la bocciofila di Pegli. Ti basterebbe una voce, qualcuno che ti dicesse: “hai ragione. Forza, siamo con te”. Lo trovi, alla fine: un paziente agente della Stradale che si becca una tonnellata di creppi senza fiatare. Anzi, ti offre aiuto (grazie!) e promette di avvertire le Autostrade.

Ore 22,10. L’aereo è già atterrato. E tu sei a Pegli con una colonna di poveri cristi appena usciti dall’autostrada che prendono a testate lo specchietto retrovisore. Un signore tedesco addenta l’arbre magique. Acceleri, freni, metti le doppie frecce, esponi dal finestrino la bandiera del Genoa e della Samp.

E’ fatta. Arrivi all’aeroporto… mancano pochi metri. E qui la tragedia diventa farsa. La rabbia superato il livello di guardia diventa ilarità. Ridi, sì, anzi sghignazzi. A cento metri dall’agognata meta, ti trovi davanti una barriera che neanche il muro di Trump con il Messico. “Kiss&fly”, c’è scritto. Bacio… bacio… Ma io ti mordo, ti stacco un orecchio, altro che bacio. L’ennesima trovata per spillare denaro ai poveri cristi che vanno a portare qualcuno all’aereo. Visto che ci sono meno voli che all’aeroporto di Pentema (senza offese per Pentema!) devi pagare anche per entrare. Ma non sarebbe più semplice trasformare l’aeroporto in un parcheggio o una bocciofila così ci evitiamo la rogna di luci, radar e tutta quella roba lì?

Basta una persona per intasare tutto. La sbarra non si alza. Poi fai retromarcia e si alza. Torni avanti e ti stacca il cofano. Un tizio con il Telepass si infila nella fila per quelli senza Telepass, un altro in preda alla disperazione infila la tessera della palestra. In mezzo al delirio un povero inserviente con la pettorina arancione si agita e trattiene a stento le lacrime.

Risultato: c’è la coda come al Jfk di New York anche quando arriva il volo da Busalla.

Ore 22,25. Giungi nel sontuoso atrio arrivi del Colombo. Sembra uno di quei film di fantascienza catastrofica degli anni ’70. Tipo “Occhi bianchi sul pianeta terra” o “il ritorno dei morti viventi”. Per riempire i pannelli dei voli ci hanno messo anche quelli di domani e dopodomani e la ricetta della torta pasqualina.

“Ma ti avevo pregato di arrivare in tempo”, dice la persona che ti aspettava. Che aveva bisogno di te.

Inutile spiegare. Chiedi solo un attimo per recuperare il controllo di te stesso. Infili un euro nella macchinetta del caffé.

“La bevanda selezionata non è disponibile”.

Ti staccheresti un incisivo per tirarglielo.

 

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