Quando Federer scoprì il mare a Camogli

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Abbiamo tutti tifato Federer, la mattina che dall’altra parte del mondo era notte, in quella che è stata qualcosa di più di una partita di tennis, risolta com’era ovvio al quinto set, con l’ultimo scambio decodificato da un sensore elettronico su un tappeto di idrocarburi, non più l’erba ormai relegata tra le nuvole della memoria.
In quasi tutti forse, nella finale australiana che riassumeva Conrad e i suoi “Duellanti”, c’era la speranza che il vecchio campione, da troppo tempo bello e non più bello tra poco, eclissasse il rivale di sempre, dopo tutta un’esistenza agonistica trascorsa a combattersi, in uno sport che come gli scacchi non prevede contatto fisico tra i contendenti, ma che non per questo è meno violento e furente della boxe. Chissà se, tra un gioco e l’altro di quell’interminabile partita, nel ritroso dell’evocazione il tennista svizzero ha rivisto i pochi secondi di un film dal finestrino, i campi visti dal treno che dal Golfo Paradiso andava alle Cinque Terre. Lungo la ferrovia non pochi sono i terreni da gioco, fin dal circolo sammargheritese incassato nella convalle parallela ai binari, e poi dove Chiavari comincia il club di via Preli a ridosso della letargica colonia Fara, fino al verde cemento di Riva Trigoso. Ma il rettangolo di polvere di mattone più vicino al mare è quello della “Bocciofila Cavese”, incassato tra un muraglione e le traversine e la spiaggia di sassolini sottili e a volte taglienti. L’Aurelia corre alta, incombe sul campo, da esso divisa da una fila di agavi. Su quel campetto erano venuti a giocare, prima di dissolversi in cometa nel loro inarrivabile altrove, per colpa di una palla caduta dalla parte sbagliata della rete, anche Fabio Bonici e Luca Vidali, due ragazzi mai invecchiati che avevano forse sognato di diventare come Federer, quando Federer non era ancora nato, e che adesso sono ricordi precoci.
L’uomo degli Slam, vincitore in tutto il mondo fino a rasentare il rango impossibile di tennista più forte di sempre, aveva cominciato la vita e la carriera come tanti svizzeri, alternando i lunghi inverni alle estati sul mar Ligure, ovvero tra Camogli e Riomaggiore, non senza cominciare a giocare i tornei giovanili anche in quel di Genova. Della nostra terra il fuoriclasse ricorda appunto irreversibilmente le spiagge scabre e difficili, come quella del borgo marinaro dai palazzi altissimi affacciati sul Tirreno settentrionale, porta del mondo. Chissà se gli avevano mai detto, al piccolo Roger, che uno scoglio alla fine del mondo, in fondo all’Atlantico, era diventato una frazione camoglina, quella Tristan da Cunha popolata quasi esclusivamente da isolani di nome Lavarello.
Federer non ha mai avuto un suo mare, chiedendo sempre asilo nell’altrove. Di Camogli ricorda i sassi, «sto ancora cercando nel ricordo la sabbia in spiaggia, perché lì ci sono soltanto pietre che non erano il massimo per la mia schiena», e tutti sanno quali e quante sollecitazioni subisca la schiena di un tennista.
Quei campi affacciati sul mare e visti dal treno, sfuggenti come il riflesso del sole nel battito di palpebre che abbacina il prodigio degli istanti, sono forse tornati nell’inconscio di Federer nel corso della sfida che coronava e, forse, chiudeva un percorso tra i più belli di sempre. Un giorno Roger tornerà a Camogli, per giocare con i sassi della spiaggia, per scoprirli levigati, per lanciarli in mare e farli rimbalzare, sul filo dell’acqua, come se fossero palline, come se quel passatempo fosse meno difficile di quello che gli ha deciso l’esistenza. Scavalcando la rete tra il passato e il futuro.

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