Essere in Liguria è per me esperienza di spinte contrapposte. Mi sento premuto da queste ripe a prendere il largo, in cerca di un altrove più edificante, e al contempo cullato da questo panorama, dalla sua essenzialità, nel fascino di mettere radici e dedizione in questa terra. Forse è questa continua irrequietezza, che va e che viene proprio come il moto
ondoso, a mantenermi in ricerca, vivente, qui e pur non qui. Nel dubbio accigliato tra l’apprendere sempre meglio a viverne la realtà, la gente, i luoghi, e il timore di venire avvolto da quella certa inerzia, sordità e miopia che vi si respira.
Essere in Liguria è per me consapevolezza di stare tra genti assai diverse tra loro.
Popolazioni parallele che non si raccontano e non si ascoltano, delle quali io per primo sono certo di capire poco, o niente. Sento questo continuamente dentro la città di Genova, ma lo intuisco anche valido per ciò che sta fuori delle città, rispetto alla popolazione urbana.
Mondi vicini, stretti gomito a gomito, a tratti intersezioni indistinguibili nella medesima realtà. Eppure un concentrato di opposti duro come un rompicapo.
Essere in Liguria è il sollievo di respirare bellezza a portata di mano, spazi
misurabili, salite o discese che lasciano poco margine alla perdita d’orientamento. E’ un pianoforte di cui sono estremo principiante, ma che so avere un numero contato di tasti bianchi e neri, come per Novecento la sua nave. Questo è, rispetto al mondo “oltre”, ben rappresentato da quell’orizzonte infinito di mare che è lo specchio di ogni alba e di ogni
tramonto, per noi liguri.
Se mi chiedono quale futuro vedo per questa terra, diffido di ascoltare una mia risposta. Certe cose mi paiono semplici, eppure impensabili per come vive la gente, per come va il mondo. Allora mi ritengo troppo radicale, forse estremista, magari un disadattato, comunque sia non rappresentativo per rispondere su un futuro verosimile. Mi trovo spesso ad accusare altri della mancanza di visioni, eppure sulla Liguria è con ritrosia che sono disposto a cucire (e scucire) la mia.
Vorrei una Liguria di villaggi. Dove anche le città tornano a distinguersi in arcipelago di villaggi, ridando identità e forma a quei nuclei originari che negli ultimi decenni sono stati inglobati da un’urbanistica senz’anima. Il villaggio è l’unica comunità a misura d’uomo, e oggi non risentirebbe affatto dell’isolamento sociale o culturale che viveva in passato. Vorrei comunità di persone e famiglie facilitate nel recuperare paesi abbandonati
o spopolati, ridare loro vitalità, senso, prospettiva. Per una terra capillarmente costellata di villaggi che cooperano, si scambiano, si travasano, si stimolano e si diversificano, con un comune denominatore di diritti e doveri.
Vorrei una Liguria di parchi naturali e marini. Dove il parco non sia un
appezzamento museale a cielo aperto, accarezzato sotto una teca di vetro, ma un ambiente vivo di comunità e progetti ambientali, agricoli, sociali, culturali, artigianali, artistici, educativi… Dove il turismo sia una conseguenza per il fascino di un’identità e una bellezza
viventi, contemporanee, e non il fine spicciolo per cui si confeziona una serie di bomboniere. Vorrei che tutto il territorio, suddiviso per le sue caratteristiche di omogeneità, assumesse la qualità ambientale del parco, e così si educassero ad abitarlo tutte le sue comunità.
Vorrei una Liguria di porti. Porti di persone, prima di tutto, crocevia di popoli e culture che arricchiscono la realtà, le forme, gli oggetti, i cibi, le lingue, i racconti, i gusti, gli stili, i contributi. Una terra madre da cui tutto questo parte e tutto questo arriva con dinamiche positive: sponde, scali, snodi, approdi. Dove i porti sono soffocati di container non è segno di prosperità, ma di anonimato, di ingranaggio drogato che consuma troppo e
male. Non vorrei una terra di container, ma di continenti. E di piccoli pescatori, di amanti del mare e dei modi più belli di viverlo. Non di porticcioli finti pensati come parcheggi per le barche dei ricchi e la noia dei consumatori.
Vorrei una Liguria di orti. Dove ad ogni diciottenne sia regalato un pezzo di terra, anche in città, per dare vita ad autoproduzione. Vorrei vedere le fasce tirate su dal sudore degli antenati rimesse a frutto dai figli nella coscienza di seminare, crescere e maturare la propria terra, la propria sopravvivenza, la propria abilità. Una terra di ortaggi, frutti, primizie e prodotti lavorati unici al mondo. Da godere e da scambiare, da imparare e da insegnare.
Vorrei una Liguria di biciclette. Dove chi esce dall’autostrada lascia il mezzo in un parcheggio di interscambio e prosegue con una bicicletta elettrica o un monopattino. Dove chi esce da una stazione fa la stessa cosa. E per andare sulle alture utilizza un impianto automatizzato di risalita. E sulla riviera – così spettacolare – che ci ritroviamo, non si vedranno più auto rumorose e pericolose sfrecciare, o file di carrozzerie parcheggiate a
coprire l’orizzonte, ma solo la bellezza, più attraente che mai; e le persone, che con mezzi dolci, lenti, silenziosi, efficienti si sposteranno dove vogliono, in totale sicurezza, sulle strade liberate, restituite.
Vorrei una Liguria di co-working e smart working. Strumenti fondamentali per sviluppare relazioni dinamiche e collaborative aperte, in evoluzione, e servizi al contempo senza limiti spaziali ma che consentano alle persone di radicarsi e riabitare il territorio insieme, fin nelle sue zone più lontane. Due strumenti simbolo delle connessioni necessarie e possibili oggi, connessioni tra persone e tra informazioni, progetti, servizi.
Vorrei una Liguria di energia leggera. Micro-eolico, fotovoltaico, energia del moto ondoso… Energia prodotta capillarmente da ogni nucleo abitativo, energia che si produce dal vento dei valichi e dei colli, delle scogliere e dei moli, e dal sole abbondante. Una liguria che consuma poco e bene, che rende le sue comunità autosufficienti a livello energetico, che alimenta mobilità elettriche e riscaldamenti a basso impatto.
Vorrei una Liguria di spazi pubblici. Case di quartiere, spazi associativi e artistici, piazze giardini e ville, affidati in gestione a cittadini organizzati, il tutto facilitando il recupero di spazi abbandonati o chiusi, ma anche la demolizione e la bonifica di vecchi scheletri industriali di una stagione conclusa, che oggi compromettono la qualità del territorio.
Vorrei una Liguria tempio dell’outdoor. A partire dal trekking, dal running, dalla mountain bike e dagli sport acquatici in un contesto mare-monti unico al mondo, vorrei una terra dove saltano all’occhio i percorsi attrezzati, le mille opportunità di viverne la bellezza e sostenerne le comunità muovendosi nell’entusiasmo di fare sport all’aperto, col
proprio corpo e la propria mente, da soli o in gruppo.
Vorrei una Liguria di classi dirigenti più giovani e più femminili. In qualunque ambito. Dove chi continua ad occupare spazi, dopo anni ed anni, sia in grado di congedarsi e di dare contributi diversi, lasciando spazio alla nascita e alla fioritura di energie e idee più giovani. Non sono “gli altri” che non si fanno avanti, sono “i soliti” che occupano tutto lo spazio davanti, a volte nonostante una palese incompetenza o esaurimento di energie ed
idee.

Vorrei una Liguria di suoni ed immagini. Che sappia dare quello spazio meritato e quel sostentamento necessario a chi produce musica, arte, cultura, video, immagini, ed ogni altra arte della cultura contemporanea. Spazio e sostegno alle persone, più che agli spazi e alle rendite di posizione, in una logica dinamica, distribuita e capillare, rendendo ogni spazio più facilmente attrezzabile ed espressivo. Rendendo ogni proposta più
facilmente presentabile per raccogliere supporti alla realizzazione.
Poi ci sarebbero mille altre cose. Non ho alcuna pretese che la mia mappa mentale sia completa. Le visioni non possono mai esserlo, e forse questa non è nemmeno una visione, ma un tentativo sparso di suggestioni. Non voglio una terra, una comunità che punta a crescere, ma a vivere meglio, in modo più intelligente, sostenibile e quanto a benessere percepito, interiore, più che materiale. Essere se stessi è di solito la via migliore per realizzare sé e gli altri, ma è complicato quando non si ha alcuna idea di sé, non ci si
percepisce come comunità, non ci si chiede dove si vuole andare. Oggi ho l’impressione che molti vivano così: come replicanti di modi di fare, di stare al mondo, di bisogni indotti, ma senza alcuna percezione di una comunità e senza alcuna intenzione di vivere per crearla. E se non si parte dall’ascoltare i propri desideri autentici, ogni prospettiva rischia di essere
scialba, insipida, deludente.

1 COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO