E un bel giorno Genova sparì…

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di Pierfranco Pellizzetti*

E un bel giorno Genova sparì. Quartieri industriali e residenziali, il porto con le sue infrastrutture pesanti e leggere, il flusso rumoroso e concreto delle merci, un aeroporto martoriato dal vento e la collina di Erzelli, già pattumiera di container, la costa in cui sboccano a Ponente valli tracciate da torrenti capricciosi e talvolta assassini, un centro storico labirintico, sovrapposizione anarchica di un plurisecolare lavorio edificativo.
La tangibile e corposa materialità di una struttura urbana complessa, aveva ormai assunto l’impalpabile tremolio di una Fata Morgana. L’insolita forma di effetto ottico che crea miraggi in un stretta fascia al punto estremo dell’orizzonte: così la città era scomparsa e, al suo posto, si alternavano diapositive sfocate e fuochi fatui.
Il momento preciso in cui prese avvio il fenomeno non è chiaro, forse un lento e graduale scivolamento nel simulato. Semmai è chiaro perché tutto questo avvenne: scomparsi i personaggi di peso nazionale del dopoguerra, che monopolizzavano il contesto locale per proiettarsi in una dimensione romana (i Taviani, i Costa, i Siri), restavano sul campo i loro sottopancia; i mediocri gestori del potere locale per conto dei rispettivi leader, intenti a giocarsi partite ambiziose (con alterne fortune; a parte Angelo Costa, a lungo leader in Confindustria, per poi essere pensionato dai rinnovatori della riforma Pirelli 1969).
Scomparsi i vecchi city-boss, la qualità minimale dei subalterni, improvvisamente ascesi ai vertici cittadini, metteva in campo soltanto il proprio pervicace istinto di sopravvivenza. Prendeva corpo quasi inconsciamente un assetto a cordate (per cooptazioni e partenogenesi), il cui primario obiettivo era quello di escludere ogni turbativa dell’unico modello alla loro portata: il tran-tran. In cui il presidio di potere era la sola determinazione, quanto non meno marcata risultava l’inettitudine a governare i nodi cruciali di una Genova in profonda mutazione. Con la conseguenza di dover sistematicamente depistare l’attenzione della pubblica opinione dalle effettive situazioni che si sarebbero dovute affrontare, per un permanente scivolamento nell’onirico: il modello di sviluppo novecentesco – basato sulla centralità delle Partecipazioni Statali – andava in consunzione nel corso degli anni Ottanta per inarrestabili fenomeni geopolitici e geoeconomici (oltre che per la crisi fiscale dello Stato) e con esso tutto l’indotto di piccola industria privata? Niente paura: bastava evocare l’arrivano i nostri sotto forma di incoronazione di Genova a “capitale di qualcosa” (dell’hi-tech, del Mediterraneo, dello slow fish, la cucina di pesce azzurro) per tranquillizzare gli animi; fidando sempre sulla “funzione calmiere/placebo” dei soldi che i decenni precedenti avevano accumulato nei materassi cittadini.
Lo spazio urbano veniva devastato dall’assenza scriteriata di un’idea di civile convivenza? Niente paura: la “magica matita” di Renzo Piano – primo “pifferaio magico” su piazza – avrebbe affrescato con schizzi rassicuranti la devastazione.
Genova finiva palpabilmente ai margini del sistema-Paese? Niente paura: i marchingegni tecnologici e i robot antromorfi con faccetta sorridente dell’Istituto Italiano di Tecnologie guidato da Roberto Cingolani – secondo “pifferaio magico” locale – sgoccioleranno dalla inselvatichita collina di Morego, sede di IIT (rorido di faraonici finanziamenti pubblici, mentre la ricerca nazionale muore per anemia finanziaria), i meravigliosi flussi di opportunità per re-industrializzare il territorio; che ancora non si notano, neppure dalla contigua Bolzaneto.
Nello stesso tempo perfino le chance a disposizione – fiera, porto, aeroporto, turismo – illanguidivano fino a estinguersi, per l’insipienza avvolta nell’illusionismo di chi era preposto a gestirle imprenditorialmente.
Comunque l’operazione di trasformare Genova nel regno del falso non sarebbe riuscita così bene senza l’apporto attivo del sistema mediatico locale, dove la corporazione degli addetti – contagiata fino alle midolla dai vizi dell’ambiente – nutriva come massima aspirazione l’essere cooptata nella classe dirigente, seppure in posizioni di seconda fila.
Se si vuole trarre una morale da questo scivolamento nel nulla, si potrebbe riprendere l’acuta osservazione di Michel Foucult sul rapporto perversamente simbiotico tra Potere e Verità (nei suoi conseguenti effetti manipolativi). La rimozione come tecnica di potere. Che per un istante – subito dopo le elezioni regionali del maggio scorso, quando fu sancita la fine del blocco venticinquennale che faceva perno sull’afasico Claudio Burlando – vide squarciarsi i veli della mistificazione, in una sorta di vivificante “liberi tutti”. Ora segnali ricorrenti ci dicono che lo spazio di verità riprende a chiudersi. E “i nuovi” si rivelano identici a chi li aveva preceduti.

*Politologo, collaboratore di Micromega, ha pubblicato tra l’altro “Società o barbarie. Il risveglio della politica tra responsabilità e valori” (Il Saggiatore)

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