E’ SEMPRE PIAZZA DE FERRARI lo specchio di Genova

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E’ sempre piazza De Ferrari. Dove ti affacci, ma ti tieni ai margini e svicoli sotto i portici. La attraversi, ma non ti fermi. Rotonda o forse ovale, irregolare. Impossibile da racchiudere in uno sguardo. Cuore di Genova, ma così poco genovese nello stile; costruita per celebrare la grandeur, proprio quando cominciava a finire. Cattedrale laica – accanto a San Lorenzo e non è un caso – per celebrare le feste e gli addii. Troppo aperta, retorica. Troppo grande. Anche se poi arriva la storia e la riempie.

Specchio della città, più che piazza. Genova partigiana, dove tra le colonne lucide, gelide, sono risuonati gli spari contro i tedeschi. Genova antifascista: le urla della protesta contro il Governo Tambroni nel 1960. Genova operaia, l’addio a Guido Rossa, le parole di Sandro Pertini, i volti spessi degli operai con l’eskimo nelle foto in bianco e nero. Qui l’Italia ha voltato le spalle al terrorismo che aveva riempito le strade di un sangue rosso come le bandiere. Genova felice, anche questo, quando l’Italia, il Genoa o la Samp vincevano ed era bello semplicemente cantare, sventolare bandiere. Genova centro del mondo quando ancora si sognava di poterlo cambiare: il G8, la piazza deserta simbolo dei potenti asserragliati nei palazzi, padroni di una città senza più abitanti. Solo soldati.

Oggi, ancora una volta, siamo a De Ferrari. Per vederci, contarci, sentirci comunità. Per commuoverci e piangere insieme, dopo un mese di fatica e di tensione. Per specchiarci e capire chi siamo. Eccoci stretti, fino a sentire sulle spalle la spinta della folla che ci preme e ci sostiene. Ma non sapremmo dire molto di più, se non che siamo vicini. Genova smarrita, che si aggrappa a ogni volto, applaude qualsiasi promessa. Stampa slogan sulle magliette perché teme di non ricordare le promesse. Genova confusa che preferisce forse farsi ingannare perché ha bisogno di credere comunque, ma non sa più – o ancora – in che cosa. Genova ridotta a città del dolore, dopo le alluvioni, la torre piloti e ora il ponte.

Chissà come ci sembreranno le foto di questa sera, di questa folla, quando le vedremo tra vent’anni. Cosa penseremo ritrovando i nostri occhi spalancati, la luce livida.

De Ferrari al termine della salita e all’inizio della discesa. Punto di arrivo e di partenza. Piazza senza mare, ma se anche non lo vedi, sai che ovunque vai lo troverai. Cerniera che unisce le grandi strade piemontesi, le vie del Seicento e i vicoli. Il Levante borghese e il Ponente forse non più operaio, ma sempre vivo e solidale. Qui di tante città ne nasce una.

De Ferrari che amiamo, ma non sappiamo andarci soli.

Vuoto più che piazza. Che tocca a noi riempire.

 

 

 

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